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martedì 10 giugno 2014

Incontri notturni - racconto nonsense





-“Hei piccolo, cosa ci fai fuori a quest’ora?”
Era uscita di casa intorno alle nove di sera. Teneva in mano uno scatolone di carta, con una banda blu sul lato lungo. Dentro c’era un po’ di tutto: quotidiani, riviste, cartoni vuoti, fogli. Una settimana di spazzatura in parole povere. E lei stava andando a buttarla via.
Attraversò il vialetto del condominio; con un piede spinse il cancello già aperto, e lo richiuse una volta uscita. Non voleva impiegarci troppo tempo per due semplici motivi. Il primo si chiamava “E.T.”, lo trasmettevano in televisione alle 21.10. Il secondo era che andare in giro a quell’ora da soli poteva essere pericoloso. Non puoi mai sapere che incontri farai di notte.
Procedette a passo svelto per la via buia, illuminata da pochi lampioni. Uno era spento, uno andava a intermittenza. Attorno agli altri si radunava un nugolo di moscerini o altre bestioline simili.
Girò l’angolo a sinistra, costeggiando un muro di pietra. Qua e là fuoriuscivano ciuffi d’erba dalle fessure fra i mattoni. C’era anche un po’ di muschio.
Un rumore, uno stridio.
Le parve di sentire qualcosa dietro di lei. Forse era solo un gatto.
Proseguì velocemente, ancor più desiderosa di tornare a casa presto. Stava quasi per iniziare il film. E si sa com’è la programmazione, che alla fine dei conti i programmi iniziano sempre prima o sempre dopo. E poi quel rumore l’aveva un po’ spaventata. In seguito non lo avrebbe ammesso. Ma in quel momento, con quelle condizioni, era intimorita dall’idea di non potersi difendere se non con uno scatolone di carta. E allora il suo assalitore le avrebbe detto “ti piace vincere facile” e poi l’avrebbe uccisa.
E come al solito si stava riempiendo la testa di paranoie inutili.
Nel frattempo era giunta alla piazzola di cemento dove si trovavano le campane dei rifiuti. Si diresse verso quella della carta. Il rumore dietro di lei si stava avvicinando, anche se strideva un po’ meno. Decise di non gettare lo scatolone, non prima di aver visto cosa effettivamente c’era dietro di lei. Si voltò lentamente, e trasalì. Poi rise e si liberò della spazzatura.
Rise anche se, in effetti, non c’era nulla da ridere.
La cosa, o meglio, la persona che tanto l’aveva spaventata, era un bambino. Spingeva un carrello per la spesa arrugginito. Dentro poté vedere una gabbietta per animali. E infatti, teneva chiuso un gatto bianco. Lo sentì miagolare, e quando si avvicinò notò che gli mancava un orecchio.
“Questa è la serata delle assurdità”- pensò.
Poi si concentrò sul bambino; indossava dei pantaloni corti e una canottiera bianca. Era cicciottello e basso, non doveva avere più di otto anni. Spingeva il carrello lentamente, concentrato su quel gesto. Guardava avanti e sembrava non dare importanza a nulla, tranne che al suo, per così dire, “lavoro”.
Perché mai un bambino dovrebbe girare con un carrello e un gatto alle nove di sera? Quella situazione era piuttosto comica, vista in tv o letta in un libro. E infatti lei aveva riso. Peccato che quella era la realtà, e non un film o una storia, e in tal caso non c’era nulla di divertente.
Chiamò piano il bambino, non voleva spaventarlo.
-“Hei piccolo, cosa ci fai fuori a quest’ora?”
Quello sembrava non avere sentito, e proseguì per la sua strada.
La donna lo seguì, ora incuriosita da quel comportamento bizzarro.
-“E’ pericoloso girare da soli di notte. Ti sei perso?”
Nessuna risposta.
-“Vuoi che provi a chiamare la tua mamma?”
Non si voltava neppure. Sembrava non darle retta. Andò avanti per qualche metro, quindi svoltò a destra; la donna con lui. Si ritrovarono davanti a uno spazio verde.
Per quanto si sforzasse di ricordare, non sapeva dell’esistenza di quel parco. Eppure abitava lì da una vita. Non c’erano aree verdi in quel luogo. “Ma che diamine succede?” pensò, e si fermò.
Il bambino invece proseguì, spingendo il carrello nell’erba. Dopo una decina di metri si arrestò anche lui. Lasciò andare il carrello, e prese la gabbietta per animali che vi era all’interno. La posò sul prato e la aprì. Il gatto balzò fuori per andare in grembo al bambino; il piccolo lo accarezzo per un po’.
La donna ammirava la scena in disparte, non capendo bene cosa il bambino stesse facendo.
Il motivo principale era che le stava voltando le spalle, e poi il buio non facilitava certo le cose.
All’improvviso il piccolo si girò, lascio scendere il gatto e rivolse la sua attenzione alla gabbietta.
Vi girò intorno un paio di volte, e poi vi entrò dentro.
“Che diavolo…”- sussurrò stupita la donna, ma fu interrotta da un lampo bianco. Aveva squarciato il cielo e in pochi secondi aveva colpito la gabbietta per animali. Col bambino dentro. Col bambino dentro!
Il suo primo pensiero fu di correre in avanti, prendere il piccolo e portarlo via. Poi con più calma rifletté un attimo e capì che era impossibile. Era scomparso, con la gabbietta e il lampo.
Rimanevano solo il carrello e il gatto bianco, che ora si stava sfregando l’unico orecchio.
-“Dovrebbero farci un film su questa roba”- pensò interdetta la donna.
Quindi si voltò e tornò indietro per la sua strada. Era ormai arrivata alla piazzola dei rifiuti, che un pensiero fulmineo le attraversò la mente. “Qui non ci sono parchi. Ne sono sicura”.
Con una corsa fu di nuovo dov’era un minuto prima.
Solo che non c’era nessun parco.
La strada era chiusa, c’era un muro. E contro il muro un carrello arrugginito. E di fianco al carrello un gatto bianco che ora si grattava un orecchio, ora si avvicinava alla donna. Si strusciò contro la sua gamba, girandole attorno per un po’ come a voler attirare la sua attenzione. Ma lei osservava il muro, che da quando aveva memoria era sempre stato lì.
“Mi ha detto di dirti che non ha una mamma”.
“Co… come?”- balbettò la donna.
-“La prossima volta ti risponderà, gli ho detto che non è educato fare finta di non sentire”
Guardò il gatto. Sembrava sorridere.
-“Vai adesso, E.T. è già iniziato”
Che stava succedendo? Un gatto parlante? Quando diamine era diventata Alice nel paese delle meraviglie? Rimase basita.
E’ questo che succede a portar fuori la carta di sera?
La prossima volta ci avrebbe mandato il marito.




Racconto nonsense di Chiara

sabato 31 maggio 2014

Salice e ciliegio - racconto fantastico

 


Cammino velocemente lungo il sentiero sterrato che porta al lago, o almeno ci provo.
Per tutta la settimana è piovuto, acqua su acqua. L'aria umida grava sugli alberi, sui cespugli, sui fiori piegati e spezzati. La terra bagnata diffonde un odore dolciastro.
Il fango rende ogni passo un'agonia. Gli stivali vi sprofondano e ne escono a fatica con uno swosh snervante. Ad ogni passo.
Ad ogni singolo, stupido passo.
Ai lati del sentiero, l'erba alta nasconde Dio solo sa cosa. Gocce d'acqua sono ancora impigliate negli steli fitti e sottili. Cercano di scendere, si lasciano scivolare sulle foglie e restano sospese per un po', come a pensare "vado giù o no?". Come se fosse possibile che l'acqua pensi. Chissà cosa avrebbe da dire di tanto importante.
Ora sto andando verso il lago, manca ancora un po'. Ho il cuore in gola, non ne posso più. Vorrei tornare indietro, ma ho fatto troppa fatica ad arrivare fin qui. Ancora un sforzo.
Mi appoggio a un albero per respirare. E' uno di quelli con i rami che si piegano. Non ne ricordo il nome, Dio! Più ci penso, meno lo rammento. Pazienza, tra un po' mi tornerà in mente, quando non mi interesserà già più.
Riprendo a camminare.
Non c'è più fango, dove sono ora. La terra è scura e bagnata, e man mano che proseguo la vedo sempre meno. L'erba sta nascondendo il sentiero, tra qualche passo sparirà del tutto. Ad ogni modo vedo il lago, non c'è il rischio che mi perda. Ancora un po' e ci sono. Un ultimo sforzo.
Ora scorgo un albero strano. Non è come quello di prima, non credo di aver mai visto un albero del genere. Non credo neanche che sia l'ambiente adatto per quel genere di pianta. Però è bellissima. E' enorme, ha il tronco scuro e dei fiori rosa.
Si alza un po' di vento.
Alcuni fiorellini si staccano dai rami e volteggiano nell'aria, poi cadono a terra. Resto a guardarli per un po', come incantato da quello spettacolo. Uno vola verso di me, si posa sulla mia spalla. Lo prendo, lo annuso. Non profuma, ma mi piace. Ha un bel colore. Lo metto in tasca, e proseguo. Ormai sono in riva al lago, l'erba si sfoltisce e ritorna semplice terra, rimane qualche ciuffo verde qua e là.
Mi avvicino piano all'acqua, trattenendo il fiato. Ho paura di inquinare l'aria respirando. E' così pulita, profuma di fresco. Il vento mi scompiglia lievemente i capelli.
Mi tolgo le scarpe. Arrotolo i pantaloni fino a metà polpaccio e bagno i piedi nel lago. L'acqua è fredda. Faccio ancora qualche passo. Inspiro, riempio i polmoni di questa atmosfera fin che posso. Chiudo gli occhi, e mi torna in mente l'estate di tre anni fa. Non voglio pensarci. Apro gli occhi per scacciare dalla mente quell'immagine.
Il mio cuore si ferma per un attimo. O forse l'ho semplicemente immaginato.
Una bambina.
Vedo una bambina.
Ha cinque anni, quasi sei. Ne sono sicuro.
Lunghi capelli neri le ricadono sulle spalle, incorniciando il viso diafano. Mi guarda con due occhi azzurri, di ghiaccio.
Non è vera.
Non può essere vera.
Mi avvicino a lei. Non mi importa se l'acqua mi arriva al ginocchio, non mi importa se ora ho i pantaloni bagnati. Non mi importa che il lago sia freddo. Non me ne accorgo quasi più.
Ora sono a un passo dalla bambina: mi guarda dolcemente. Mi ricorda tanto quell'albero rosa.
La bambina sembra percepire i miei pensieri, sorride lievemente. Un movimento quasi impercettibile, ma io lo noto. Mio malgrado, conosco tutto di quel volto. Accenno un sorriso di risposta.
Metto la mano in tasca, non so perché. Sento i petali morbidi di quel fiore rosa. Lo tiro fuori dalla tasca, lo rigiro un po', lo porgo alla bambina.
La mia mano trema leggermente, ho paura di far cadere il fiore. Ho paura che la bambina non lo prenda. Mi sembra un gesto tanto sciocco, ma ho paura di fallire.
Avvicina le sue piccole dita al mio palmo, prende il fiore delicatamente. Non sento il suo tocco. Vedo la sua pelle sempre più chiara, quasi evanescente. Scompare.
Credo di aver immaginato tutto.
Metto la mano in tasca, questa volta so il perché. Non sento il fiore, è sparito come la bambina. E' sparito con la bambina. La mia bambina.
Mi giro. Vedo la terra bagnata che più lontano diventa erba. Manca qualcosa. So cosa. Non voglio dirlo, non voglio neanche pensarci. E' scomparso anche lui, Dio mio. Sono convinto di stare impazzendo, ma ormai non importa. Il meraviglioso albero dai fiori rosa.
L'altra pianta, quella maledetta pianta di cui non ricordo il nome, è ancora al suo posto.
Cala il vento.
Chiudo gli occhi.
Inspiro, riempio i polmoni più che posso.
Mi getto all'indietro nell'acqua.
Butto fuori tutta l'aria, che sale sotto forma di grandi bolle in superficie.
Tocco il fondo con la schiena, sdraiato sotto mezzo metro d'acqua.
Apro gli occhi, mi bruciano un po'. L'acqua è abbastanza limpida perché possa vedere il cielo plumbeo. Grava su di me, sul lago. Sembra opprimermi.
Chiudo gli occhi.
Salice piangente.
Sorrido.




Racconto fantastico di Chiara.

domenica 2 marzo 2014

L'uomo nero - racconto noir


 -"Passami da bere"- sbuffò il vecchio col sigaro in bocca. Nel locale aleggiava una nube di fumo irrespirabile, un misto tra sigarette e toscani. Era piuttosto buio. L'unica fonte di luce era un neon sopra il bancone, che andava a intermittenza. Ai clienti non dispiaceva quella penombra: erano per lo più anziani, e detestavano la troppa luce.
-"Il solito?"- chiese l'uomo dietro al bancone. Si chiamava Pietro, aveva una sessantina d'anni mal portati. Era il proprietario del bar, e conosceva tutto di ogni singolo cliente. Alla fine erano sempre i soliti quattro gatti, e talvolta non pagavano neppure. Come facesse Pietro a tirare avanti quella baracca era un mistero per tutti.
-"No, oggi voglio un  bicchierino di vodka."- tossì il vecchio -"Dopo vent'anni di caffè posso sgarrare...".
Pietro lo guardò storto -"Giacomo..."
-"Avanti, non fare sempre il guastafeste. Dammi sta vodka."
Il barista guardò il vecchio, e quindi un bambino che giocava a terra con un trenino di legno.
-"Siamo venuti a piedi, sant'iddio... Diglielo Stefano."
Il bambino alzò un attimo gli occhi verso il bancone. -"Ha ragione il nonno..."- sussurrò, poi riprese a giocare. Aveva 8 anni, ed era piuttosto sveglio. Non amava particolarmente parlare, si rifugiava nel silenzio e stava tranquillo per delle ore. Osservava tutto quello che succedeva, attento ad ogni minimo cambiamento. D'improvviso gli venne un'idea. Tirò la manica al vecchio, si alzò in piedi e gli sussurrò qualcosa.
-"Pietro, hai mica un foglio e una biro? Mio nipote vuole disegnare."
Il bambino si sedette al bancone, aiutato dal nonno, e iniziò a disegnare. Una persona seduta a un tavolo. La colorò di nero, lasciando due buchi bianchi che dovevano essere gli occhi. Poi iniziò a colorare anche lo sfondo.
-"Perché l'hai fatto nero?"- chiese il vecchio.
-"Perché è una persona cattiva."
-"E cos'ha fatto di tanto cattivo?"
-"Non lo so ancora."
Giacomo scosse la testa, poi si concentrò sul suo bicchierino di vodka e la mandò giù proprio mentre si apriva la porta. Una ventata d'aria fredda invase il locale. Fuori aveva iniziato a piovere forte, ogni tanto si sentiva qualche tuono.
-"Non so come pensi di tornare a casa, Giacomo!"- ridacchiò un signore seduto lì vicino.
-"Taci Baffo. Non ho chiesto il tuo parere."- sbuffò il vecchio, che nel frattempo aveva ripreso a fumare il sigaro. Ogni tanto tossiva.
Passarono alcuni minuti prima che i presenti si accorgessero che, ad un tavolo vicino alla porta, stava seduto un uomo. Nella penombra non era ben visibile, ma indossava un cappotto nero. Il primo a notarlo fu Stefano. -"Nonno, posso andare dietro al bancone?"- disse. Il vecchio annuì, non capendo il perché. Ormai era abituato alle strane richieste del nipote, ma si fidava di lui. Il bambino corse subito da Pietro. Vedeva appena al di là del vecchio legno, ma fissava intensamente l'uomo seduto al buio.
-"Mi scusi... desidera?"- disse il barista. Nessuna risposta. Si mosse verso di lui, e ripetè la domanda, ma l'uomo lo interruppe.
-"Stia zitto. Torni dietro al bancone, veloce."
-"Devo chiederle di uscire..."
-"Qui ad uscire sarà lei, se non mi ascolta."
Pietro indietreggio, e ritornò al suo posto tra liquori e vecchi vini. Si abbassò, vicino a Stefano, e gli sussurrò di non avere paura, non sarebbe successo niente. Il bambino continuava a fissare l'uomo vestito di nero.
-"Giacomo!"- esclamò l'uomo sedendosi vicino al vecchio -"Da quanto tempo!"
-"Raffaele."- ridacchiò -"Mi stupisce la tua presenza qui."
-"Sono venuto per te."- disse.
-"Non ho idea di cosa tu voglia, ma faresti bene a lasciarmi in pace".
-"Sai benissimo perché sono qui."
-"Ti ho detto che non ne ho idea."
-"Ti ricordi di Giovanna? Mia moglie. E' scomparsa due mesi fa. Mi hanno detto che è morta"
-"Mi dispiace, ma non capisco il nesso."
-"Faresti bene a capirlo, allora!"- gridò, estraendo una pistola dalla tasca. La puntò alla testa del vecchio. -"Faccia girare il bambino, veloce!"- si rivolse a Pietro. Il barista pregava silenziosamente, gli tremavano le mani. Sussurrò a Stefano di voltarsi, ma il bambino continuava a fissare l'uomo. -"Per favore, Stefano... girati, ti prego. Se ti giri non succederà niente, se ti giri andrà tutto bene..."
Giacomo rideva, col sigaro in bocca. -"Dai, sparami. Su, non attendevo altro!"
-"Prima voglio sapere dove la tieni nascosta. So che non è morta, non sono un fesso."
-"Hai detto poco fa che è scomparsa, cercala!"
-"Non mi provocare, ho visto le vostre lettere. So del vostro amore, so tutta la storia, so che non è morta. Adesso voglio solo che tu mi dica dov'è nascosta, così potrò andare ad ammazzare anche lei. Se collabori forse ti risparmierò."
-"Hai detto forse. Non sono uno scemo, Raffaele. Forza, sparami!"
-"Te lo chiedo per l'ultima volta, dimmi dov'è. Dimmelo o sparo al bambino."
-"Lascialo stare, lui non c'entra."
L'uomo guardò Stefano, che ancora lo stava fissando da dietro il bancone. Gli sorrise. -"Ciao."- disse -"Tuo nonno non vuole parlare. Hai visto che cattivo?" - Pietro lì vicino, era accovacciato a terra e piangeva. Sussurrava al bambino di nascondersi, ma lui era impassibile.
-"Basta, ti dirò dov'è! Vai nel quartiere nuovo, dove c'è la palazzina rossa. Entra e chiedi di Sabrina, ti daranno le chiavi, la troverai nell'appartamento."
-"Perfetto, sapevo che avresti collaborato."- disse l'uomo. Abbassò la pistola, si alzò e si allontanò dal vecchio.
-"Senti, ti dirò una cosa..."- esclamò Giacomo, mentre l'uomo stava per uscire.
-"Taci, per l'amor di Dio!"- gridò Pietro, alzatosi all'improvviso.
-"Tua moglie, Giovanna... tu dici di sapere tutto, ma non sai perché mi ha chiesto di aiutarla..."- continuò ridacchiando -"Era stufa di un cretino come te, e poi..."- non fece in tempo a terminare la frase che l'uomo sparò. La pallottola colpì il vecchio al collo. La testa ricadde sul bancone schizzando sangue. Presto un lago rosso si formò sul vecchio legno, a pochi centimetri da Stefano. Il bambino aveva le mani sporche di sangue, ma restava immobile. Guardò il nonno, aveva un sorriso beffardo sulla vecchia faccia. L'uomo gli aveva sparato perché non voleva ascoltarlo, non voleva sentirsi dire la verità. Riprese a guardarlo, era fermo sulla porta semiaperta. Entrava un'aria gelida, la pioggia bagnava il pavimento. La pistola a terra. Il bambino, senza distogliere lo sguardo, lasciò un'impronta rossa sul suo disegno, vicino all'uomo nero. Si spense il neon. Erano al buio. Stefano parlò.
-"Tu sei una persona cattiva."



Racconto noir di Chiara

lunedì 23 dicembre 2013

Prigioniero - Racconto fantastico



  
















Voglio saltare giù. Voglio buttarmi nel vuoto, sentire l’aria che attraversa il mio corpo  rigido e rallenta la caduta, fino a farmi planare chissà dove. Voglio scappare da qui, non resisto un attimo di più. Vedo gli uomini che passano, li vedo camminare nei loro abiti eleganti, tutti modellati secondo uno schema preciso, belli, alti. Vorrei volare giù, togliere loro la vita uno ad uno, macchiarmi del loro sangue meschino. Indossano maschere di ipocrisia, falsi sorrisi, io li vedo. Sento quello che pensano, quanto odio represso, quanta falsità. Perfetti? Mai. Mai stati. Superiori? Forse. O non sarei qui. Mi hanno imprigionato, legato a un’oscura maledizione, Dio solo sa come posso liberarmene. E’ questa la verità, chissà quali fandonie spargono sul mio conto, e su quello degli altri. Li hanno imprigionati tutti, non se n’è salvato uno. Eravamo troppo brutti, gobbi e deformi, alcuni con delle ali enormi, appuntite, dei piccoli diavoli. Sì, assomigliavamo al diavolo, ma non eravamo cattivi. Il nostro orribile aspetto era quanto di più sbagliato avessimo, non come loro. Con quelle belle facce, i bei corpi dritti, i denti bianchi e i capelli lunghi. Quanta meschinità nascondono, quanta crudeltà. Ci hanno sempre disprezzati. Hanno iniziato a cacciarci via, ci prendevano a bastonate, alcuni di noi sono morti. Almeno non devono sopportare questa sofferenza, queste invisibili catene che ci tengono legati quassù. Voglio buttarmi.
Arriverà il giorno che ci vendicheremo, oh sì. Riusciremo a fuggire di qui, da queste orribili chiese che tanto ci assomigliano per certi aspetti. Gli uomini vi si rifugiano dentro, hanno ancora paura di noi, ma finché saremo immobili, i nostri volti deformi non potranno far loro nulla di male.
Nulla.
E quando piove, a patire siamo noi poveri disgraziati. I lampi ci accecano, i tuoni ci assordano, la grandine ci ferisce e la pioggia ci corrode. Corrode la pietra, il marmo. Ci corrode dentro quando ci attraversa il corpo, cerchiamo di sputarla, alcuni possono. Io no, non ne ho la capacità. Sono solo un’inutile statua, un ornamento fisso e disprezzato. Ormai molti umani non prestano attenzione a noi, talvolta ci contemplano anche. Che arte, che maestosità, dicono.
Vediamo la città da stare qui, vediamo tutto. Ci indicano con le loro belle mani, che accarezzano e feriscono. Alcuni ridono di noi, coi loro denti bianchi.
Io non sono così.
Non lo sono mai stato.
Ho degli artigli, denti lunghi e affilati, il mio volto è mostruoso, sono fisso in questa posizione, curvo, le ali spiegate.
Ed ero buono, non come loro, con la loro ipocrisia e falsità. Io, noi in generale, non abbiamo mai creato scompigli, non abbiamo mai terrorizzato alcun essere. Cosa c’è di sbagliato in noi?
Stando qui, tutto il rancore e la rabbia si sono accresciuti in me, e penso anche negli altri. Però non potrò mai saperlo, non potrò mai chiederglielo. Gli uomini mi hanno privato anche della parola.
Sono fermo.
Muto.
Prigioniero.
Ma non riusciranno mai a togliermi la ragione, né tutti i sentimenti negativi che ho sviluppato in questa lunga cattività.
Una bambina mi sta indicando, “è mostruoso”, dice, “a cosa serve papà?”. Le risponde “alcuni sono come canali di scolo, altri…”. Non riesco più a sentire, sono entrati.
Ah, quante bugie. Io so la verità, so la storia, vorrei raccontarla al mondo intero. Vorrei parlare di come ci hanno imprigionati e condannati a rimanere quassù.
Voglio solo buttarmi, rompere la pietra e precipitare giù. Mettere fine a questa agonia devastante.
Voglio solo buttarmi…



Racconto fantastico di Chiara

sabato 11 maggio 2013

Chiusi gli occhi... - Racconto horror


Andavo all'impazzata, non mi rendevo nemmeno più conto di cosa stavo facendo. La strada sterrata, davanti e dietro di me. Sassi e sassi rossi, cocci di vasi rotti, la stradina si faceva sempre più stretta. Avevo una ruota a terra, ma non potevo fermarmi. Non lì, non in quel momento. Non potevo e basta. Sentivo delle grida, dietro di me. Rumori atroci. Cercai di proseguire, inutilmente. Lo sforzo era troppo, non avrei retto ancora. Urtai un mattone, rosso. Caddi dalla bicicletta, finendo in un fossato al lato del sentiero. Mi stava raggiungendo, lo sentivo. Chiusi gli occhi, paura...

Tutto era cominciato in un'afosa mattina di agosto. Il caldo insopportabile. Decidemmo di andare a fare un giro, Matteo ed io. Mi piaceva il paese, sempre tranquillo, solitario... i campi, poi, era fantastico. Non c'era nessuno, niente, eri circondato solo dai tuoi pensieri. Però, prendendo un sentiero sterrato, arrivavi ad una vecchia casa, abbandonata da tempo. Ne avevamo sentito parlare, così vi andammo. La strada era lunga, minimo tre chilometri. Tutto sassi e campi, sassi e campi, sassi e campi... Ti perdevi nell'immensità di quel paese. La casa era sempre lì, davanti a te, ma non riuscivi mai a raggiungerla. Ci riuscimmo, finalmente, dopo una buona mezz'ora. Stava lì, immobile. I muri giallo senape, sembravano sbiadirsi ad ogni soffio di vento. Due piani, otto finestre, sbarrate da assi. Il portone, chiuso da filo di ferro, sembrava invitarti ad entrare. Un crocifisso appeso al muro, sopra la porta. Dalla parte, stava una specie di fienile, con i muri di cemento. Unica differenza, dentro vi tenevano i trattori, cosicché non venissero rubati. Per farli uscire, dovevi aprire un portone, chiuso a chiave con un grosso lucchetto. Guardai ancora la casa.
-"Entriamo?" - fece Matteo
-"E come?" - risposi
-"Scassiniamo la porta!" 
-"Si certo, è chiusa!"
-"Slego il filo di ferro! Pensi che non l'abbia mai fatto?
Lo guardai in modo strano, storcendo il naso. 
-"Se ci riesci..." - dissi, celando a stento l'emozione. Sì, emozione. Non vedevo l'ora di arrivare lì, adesso dovevo anche entrare.
Attesi qualche minuto, giusto il tempo che servì al mio amico per togliere il filo e aprire la porta. Era vecchia, e il legno marcio facilitava le cose.
Mi avvicinai, boccheggiando come un pesce. -"wooow..."
-"Ecco fatto, adesso entriamo?!" - ridacchiò Matteo.

Dentro, finalmente! Non ci avrei mai sperato. Stranamente, l'interno era nuovo. Dei mobili, coperti da teli trasparenti, avevano l'aria di essere lì da poco. Il pavimento era pieno di polvere e schegge di legno, sicuramente a causa dell'apertura della porta. I muri, intonacati di bianco, emanavano uno strano odore di pittura. Fresca. Ne ero sicuro, perché mio padre aveva appena dipinto casa.
-"Matteo..." - feci -"Non ti pare strano che ci sia odore di pittura?
-"Ma cosa c'è di strano? L'avranno dipinta prima di chiuderla!" - sbottò lui.
-"Sì ma... non lo so, c'è qualcosa di strano... Dopo un po' l'odore si disperde, ma qui..."
-"Però è tutto sigillato!"
-"Non lo so, a me pare strano... magari ci abita qualcuno..."
-"Non dire scemenze, Andrea! Se sei fifone, lo sapevo che non..."
Udimmo uno scricchiolio. Proveniva dal piano di sopra.
-"Vedi, io te l'av..." - sussurrai, ma fui interrotto ancora da quel rumore. Sembravano passi. -"Dai, andiamo, Matteo..." - mi incamminai verso la porta, che mi attendeva con una triste sorpresa. Era chiusa. Ritornai indietro. Spaventato, più che arrabbiato. Come aveva fatto a chiudersi? Tra l'altro, avendola scardinata, ora non riuscivo più ad aprirla dall'interno. Avrei dovuto sfondarla.
-"Allora?" - chiese Matteo.
-"E' chiusa."
-"Troviamo un'altra uscita, vuoi che non ce ne sia una?! Ma prima, ti dispiacerebbe accompagnarmi di sopra? Voglio vedere che c'è."
-"Sì, ma poi andiamo via subito, ok?" - risposi un po' intimorito.
-"Va bene..."
Salimmo una scala, larga e bianca. I gradini in marmo, polverosi, attutivano i nostri passi. Sbucammo in un piccolo corridoio, con quattro stanze. In fondo una finestra, sbarrata. C'era uno strano odore. Non di pittura, più forte. Matteo mi precedette, ed entrò nella prima stanza a destra.
-"Oddio che schifo!" - gridò.
-"Cosa? Cosa c'è?" - ansimai correndo da lui. Ecco svelato il mistero della puzza. A terra, in una sorta di cucina, stava il cadavere di un gatto. Lo vidi appena, perché la stanza era buia. Per fortuna, o non avrei retto. Matteo di voltò verso di me con una strana smorfia di disgusto dipinta in volto. Lo avevo visto poche volte veramente schifato. Questa era una.
-"Ora andiamo però!" - dissi trattenendo un conato di vomito per l'odore. Quindi mi incamminai verso la scala. Matteo non mi stava seguendo. Mi voltai. Era sparito!
-"Matteo, dove sei?" - gridai -"Dai, non è divertente, vieni fuori! Va bene, fa come vuoi, io vado. Se vuoi ammuffire qui dentro..." - sentii un rumore strano, proveniente dalla seconda porta a sinistra. Rotolò fuori una cosa. Rimasi impietrito, quindi non riuscii a trattenermi. Vomitai a terra tutto quel poco che avevo mangiato. Mi pareva di non avere più niente in corpo, stavo per svenire. Mi precipitai giù lungo la scala, più velocemente che potei. Impressa avevo solo quell'immagine: la testa di Matteo che rotolava fuori dalla stanza buia. Non sapevo cosa fare, davanti a me solo la porta chiusa, che non ero riuscito a riaprire. Dietro, dei passi svelti, pesanti. Non potevo fermarmi, non volevo. Andai in contro alla porta. Con le poche forze che mi erano rimaste, la sfondai. Caddi a terra, fuori da quell'orribile casa. Avevo schegge di legno conficcate ovunque, e un braccio mi doleva terribilmente. Forse rotto. Corsi incontro alla bici, che aveva una ruota bucata. Qualcuno l'aveva sgonfiata. Ma come? Improvvisamente, l'unica idea che mi venne fu di scavalcare il muro dove erano tenuti i trattori. Era troppo alto, ma c'era una scaletta arrugginita, tutta storta. I gradini erano conficcati nel muro, e non avrebbero retto certamente più di 45 chili. Un bambino come me poteva farlo, ma chiunque altro sarebbe caduto. Vi salii tremando, i ferri cigolavano. Mi voltai solo una attimo, e lo vidi. Un uomo vestito di nero stava dietro di me. Il volto coperto da un passamontagna. Mi afferrò ad un piede, trovandosi più in basso di me. Era riuscito a salire! Mi divincolai, scalciando, finché riuscii a togliermi la scarpa. L'uomo precipitò giù. Scavalcai veloce il muro, scesi per una scaletta uguale all'interno.
Mi venne una strana paura. Non ci avevo pensato, che idiota: ora ero intrappolato lì dentro! Il portone era bloccato dal lucchetto. Maledissi la casa, maledissi Matteo che mi ci aveva fatto entrare. Maledissi tutto. Notai, in basso ad un muro, una fessura che da fuori non si vedeva. Il terreno sotto era ceduto, e il cemento dello spiazzo all'esterno era rotto. Riuscii, non so come, ad uscirne, passandoci sotto. Il braccio che mi doleva, si guastò del tutto. Corsi verso la bici. Vi salii, nonostante la ruota a terra. Volevo andarmene al più presto, via da tutto. L'uomo non c'era più. L'unica ruota gonfia, mi permetteva di andare avanti. Non capivo niente. Mi sembrava di andare veloce, quando magari ero fermo. Poi la caduta.

Ero lì, immobile, in un fosso. Gli occhi chiusi dalla paura, la pochissima acqua mi bagnava velocemente. Vidi una donna correre verso di me, con le mani sulla bocca.
-"Oddio..." - la sentii gridare. Poi più niente, ricordo solo il dolce momento che provai, quando mi prese tra le braccia. Calore, conforto. Chiusi gli occhi...



Racconto horror di Chiara.

sabato 20 aprile 2013

Il pianeta degli angeli - Racconto di fantascienza



Eravamo in viaggio da anni. Così tanti, che avevo perso la cognizione del tempo. Tutto buio, tutto uguale. Tutto così terribilmente noioso. Ogni tanto si vedeva un asteroide. Qualche stella, lontana, e basta. Ci eravamo allontanati molto dalla galassia, che si vedeva nettamente, da dove eravamo. Ricordo quando partimmo. Emozione, calore, desiderio di una nuova scoperta. La navicella pronta. Fantastico. Bianca, con una banda blu. AT659 stampato sui fianchi. Indossavamo le nostre tute. Anch'esse bianche, con un casco. Da usarsi nello spazio, se avessimo visto qualcosa di interessante. Ci eravamo avvicinati alla Luna, sempre di più, quasi a sfiorarla, ma non vi mettemmo piede. No, il nostro scopo era un altro. Cercare un pianeta abitato, o abitabile. Lontano anni luce, chissà. Magari non lo avremmo mai trovato, o magari era dietro l'angolo. Potevamo viaggiare qualche anno, come potevamo morire lì, in quella navicella, e raggiungere il pianeta sotto forma di cenere. Una missione suicida, in pratica. Le possibilità erano ben poche, come dicevano le statistiche. Io mi fidavo ciecamente. Se è statistico, è vero. Ma non è forse così che ci si infila nelle cose peggiori? Come il gioco d'azzardo. Dicono che dopo nove rossi, arriva un nero. E tu che allora punti i risparmi della vita su una pallina, come se fosse tutta la tua vita. Come se il tuo destino dipendesse proprio da quella pallina. Così ci eravamo affidati anche noi a quella spedizione: onore e gloria, se avessimo trovato il famigerato pianeta. Morte, se non lo avessimo trovato. Non potevamo fare rotta inversa. Dovevamo insediarci sul pianeta, procreare. Capii dopo che era un imbroglio troppo evidente. Di chi mai potevamo avere la gloria, su un pianeta deserto? Sicuramente era solo un modo per mandare via qualcuno, qualcuno di intelligente e qualcuno di scemo. C'erano famosi scienziati, a bordo della navicella. Che non sarebbero mai ritornati. Avevano scoperto qualcosa di importante, e dovevano morire con quel segreto. Doveva essere qualcosa di grosso, per mandarli così, in cerca del nulla nel nulla. Io rientravo nella categoria degli scemi, forse. Quoziente intellettivo troppo basso per fare qualcosa di buono. Magari andavo bene per altro, su un pianeta disabitato. O abitato, chi poteva saperlo. Però mi scelsero. Era un onore per me, per me che non sapevo. Per me, ingenuo sciocco con un quoziente troppo basso, era la cosa migliore del mondo. Ricchezza, onore, fama, pensavo. Eravamo ottimisti. Quasi tutti, non quelli intelligenti. Sapevano già come sarebbe andata a finire e non ci dissero nulla. Noi poveri altri ingenui, eravamo al settimo cielo. Mi venne un dubbio, quando ci avvertirono che la navicella non poteva fare rotta indietro. Come si faceva, allora, per il carburante? In un’epoca così progredita, avevano già pensato a tutto, immaginai. Scoprii poi, che la maggior parte del carburante effettivamente utilizzato proveniva da noi. Noi facevamo andare avanti quella navicella. Non il contrario. E il cibo? Ce n'era a sufficienza, almeno di quello. Se fosse finito, saremmo morti. Semplice, no?
Così passarono giorni, mesi, anni. Tutti uguali, sì. Tutti maledettamente identici. Niente da fare, niente da guardare. Qualche altro ingenuo come me si era portato un giornalino enigmistico. Finito quasi subito, ovviamente. L'avevamo poi rifatto centinaia di volte, così tante che ho perso il conto. Provavamo ad inserire altre parole, ci ingegnavamo a fare nuovi cruciverba. Mi resi conto in che stupidata mi ero cacciato quando non avevo più niente da fare. Il tempo passava, così, nullo. Ogni tanto pensavo a mia moglie. Doveva soffrire molto, e io l'avevo abbandonata. Soffriva perché avevamo un figlio, Massimo, di 3 anni. Era il nostro angelo, così bello. Tutto quello che faceva ci rendeva felici. Piccolo paffutello, biondo con gli occhi grigi, riempiva le nostre giornate di gioia. Come avremmo fatto senza di lui? E un bel giorno, lo capimmo. Era andato fuori, a giocare. Le manine, troppo piccole per afferrare una palla. La lasciarono cadere, rotolò in strada. Lui la seguì, ingenuo come un bambino, ingenuo come me. Passava un camion. Il rosso mi rimase stampato in faccia per anni. Rosso fuoco, color del camion. Rosso sangue, sangue di mio figlio. Fino alla notizia fantastica, perfetta. Ci mancava solo una spedizione spaziale! Però accettai. Chissà perché. Ero sciocco, ecco. Pensavo che avrei reso felice mia moglie, quando sarei ritornato, ricco sfondato e famoso, le avrei dato tutto ciò che desiderava. Beh, poi partimmo, e il resto si sa. Cosa starà facendo, adesso, lo posso solo immaginare. Avrà trovato un nuovo fidanzato, si sarà sposata, dandomi per morto. In effetti, non avevano nostre notizie dalla partenza, come noi non ne avevamo dal pianeta. E fin qui niente di particolare. Il meglio, o il peggio, accadde quando trovammo davvero un pianeta. Era verde, acqua allo stato liquido. Atmosfera respirabile senza casco. Lo esplorammo un po', in cerca di forme di vita. Oltre a noi, ovviamente. Niente. Non trovammo niente. Stavamo quasi per ripartire, quando ci ricordammo che non potevamo farlo. Allora decidemmo di popolare il pianeta, ma mi rifiutai. Non volevo tradire mia moglie. Neanche se lei lo aveva fatto, neanche in onore della scienza. Non volevo punto. Mi appartai su una collina. Abbastanza alta per vedere tutti, e abbastanza bassa per poter scendere in caso di pericolo. Una notte dormivo, beato. Strani satelliti e strane stelle splendevano in uno strano cielo. Nuovo, mai visto. Mi sentii toccare, piano, ad un braccio. Mi destai di colpo. Sicuramente era il vento, sì, o qualcuno mi aveva raggiunto. Mi guardai intorno, in cerca di qualcosa per difendermi. Quando sentii una voce. Infantile. “Papà”- diceva. Mi sfregai gli occhi, e fu in quel momento che lo vidi. Il suo viso paffutello, i suoi capelli biondi, i bellissimi occhi grigi. Allungai una mano, incredulo, sorpreso. Spaventato, più che altro. La allungò anche lui. La presi, la strinsi forte. Feci per portarla a me, quando svanì tutto, così come era comparso. 

Mi svegliai, in quel momento. Mi svegliai davvero. Mia moglie piangeva vicino a me, seduta sull'erba del cortile. Mi abbracciava. “Eri svenuto”- singhiozzava - “eri svenuto...” Sull'asfalto caldo, di un giorno di giugno, il corpo di mio figlio. Rosso sangue. Gli occhi grigi voltati verso di me. Una mano allungata, chiusa a pugno.
E' morto, diceva mia moglie. Piangeva. Lo guardai bene. Così piccolo, così ingenuo. Strappato alla sua vita in un modo così brutale. 
“E' vivo, tesoro.”- Risposi -“Lo rivedrò, in futuro. Lo rivedrò sul pianeta degli angeli...”



Racconto di fantascienza di Chiara

sabato 30 marzo 2013

La moneta - Racconto noir



Si svegliò presto, quella mattina, il senator Torchiatti. Le prime luci dell'alba illuminavano il suo volto. Lucenti. Il viso pallido, mostrava cinquant'anni di saggezza. La barba di tre giorni, un mucchio di lavoro. Non si svegliò controvoglia, non quel giorno. Si girò nel letto. A sinistra dormiva la moglie. Aggraziata quarantacinquenne, non godeva della carica del marito. Ne dei suoi soldi. Torchiatti era conosciuto per la sua fama, in tutto il paese. Era l'uomo più ricco, nonchè il più tirchio. I coetanei solevano chiamarlo "Tirchiotti". Eppur lui, non aveva mai manifestato sdegno per quel nome. Anzi, sembrava piacergli. Sembrava ricordargli tutto quello che aveva fatto. Per diventare così ricco, certo, aveva fatto sacrifici. Non aveva dato alla moglie una bella casa. Vivevano dal loro matrimonio in uno squallido appartamento in periferia. Bella vita. Proprio bella, per una persona di così grande prestigio. Si alzò. Si vestì. Niente colazione, quel giorno. Prese il portafogli sotto i cuscini del divano. Per quei cento euro, lì dentro da anni, aveva un bel riguardo. Prese la giacca buona e uscì di casa.
"Niente macchina" pensò. "Mi sono svegliato presto, arriverò in tempo. E poi la benzina costa..."
Passò vicino alla sua vecchia Fiat, vecchia di 20 anni. Aveva sempre funzionato a meraviglia e, nonostante i consigli di moglie e conoscenti, non la voleva cambiare. Un uomo così importante, con una macchina così misera? "sciocchezze" diceva lui. "L'abito non fa il monaco". E forse aveva ragione. O forse no.
Nel suo ufficio, lo attendeva in grande affare. Oh sì, proprio grande. Ne avrebbe guadagnato molto. "Forse porterò Angela a cena".
Prese la via più breve. Allegro. Fischiettava. Era una via che non prendeva mai, per la pessima reputazione che aveva. Veniva chiamata "la strada d'i malfamà", dagli anziani che parlavano in dialetto. Lui non vi passava mai con l'auto. Ma a piedi, era un'ottima scorciatoia. Sarebbe arrivato con mezz'ora di anticipo. Felice nel suo giaccone non rattoppato, proseguì. Le mani in tasca. Gli occhiali bassi sul naso. I capelli grigi al vento. Sembrava una persona comune, agli occhi di un estraneo. Giunto nei pressi di un vicolo, vide all'angolo della stradina un barbone. Vestito di stracci. Seduto su un giornale vecchio, porgeva il cappello bucato ai passanti, sperando di ricavarne qualcosa per vivere un altro giorno. Un altro, misero, squallido giorno. Alle sue spalle una palazzina. I muri scrostati, lasciavano intravedere i mattoni. Era un edificio vecchio, dipinto di un giallo paglierino, macchiato dalla pioggia. Scolorito dal tempo. Le finestre erano sbarrate da assi di legno, ad eccezione di una. Vi erano su numerosi vasi di gerani. Evidentemente, vi abitava qualcuno. Il barbone chiamò il senator Torchiatti.
-"Una moneta... per favore" -sibilò l'uomo con la voce più penosa che il senatore avesse mai sentito.
-"Tieni, oggi sono buono". Si tolse di tasca cinquanta centesimi, e li lanciò nel cappello dell'uomo. Quindi proseguì per la sua strada.

Il barbone prese alla svelta la moneta. La osservò. Falsa. C'era da aspettarselo. Nei suoi anni di "carriera", aveva imparato a distinguere i soldi veri dai falsi. Ma la gente che aveva un lavoro, non perdeva tempo a badare a simili sciocchezze. No di certo. Mostrava undici stelline, a dispetto delle dodici solite. Si affrettò a metterla via. Poteva tornare utile.

Il tempo passò veloce, e venne mezzogiorno. Il senator Torchiatti ritornava dall'ufficio, più allegro di prima. Fischiettava una canzone di Mina, camminando per il vicolo d'i malfamà. Incorciò il barbone di quella mattina. Si fermò.
-"Ancora lì?"
-"Non ho di meglio da fare. E' allegro vedo."
-"Ho appena concluso un affare."
Riprese a camminare, quando vide una monetina a terra. "Di bene in meglio" pensò il senatore. Si chinò a raccoglierla. Le sue giunture non erano più quelle di un tempo. Il barbone tossì. In quel preciso istante, da una finestra piombò giù qualcosa. Un vaso di gerani rossi si sfracellò sul capo di Torchiatti. L'uomo cadde a terra, la moneta ancora in mano. Il Barbone si avvicinò. Controllò il polso. Niente. Era morto. Si affrettò a rovistare tra le tasche dei pantaloni dell'uomo. Prese il portafoglio. Lo nascose in fretta nelo giaccone, assicurandosi che nessuno lo avesse visto. "Dovresti saperlo, senatore, che non troverai mai del denaro vicino ad un barbone". Alzò quindi lo sguardo alla palazzina. Dopo qualche istante, arrivò un bambino. Si avvicinò all'uomo morto. Impassibile. Abituato, forse.
-"Prendila, te li sei meritata!"
Il bambino prese la moneta dalle mani del senatore. Quindi si incamminò verso la città. Per prendere un gelato forse. I cinquanta centesimi stretti in mano. Con undici stelline.


Racconto noir di Chiara