Andavo all'impazzata, non mi rendevo nemmeno più conto di cosa stavo facendo. La strada sterrata, davanti e dietro di me. Sassi e sassi rossi, cocci di vasi rotti, la stradina si faceva sempre più stretta. Avevo una ruota a terra, ma non potevo fermarmi. Non lì, non in quel momento. Non potevo e basta. Sentivo delle grida, dietro di me. Rumori atroci. Cercai di proseguire, inutilmente. Lo sforzo era troppo, non avrei retto ancora. Urtai un mattone, rosso. Caddi dalla bicicletta, finendo in un fossato al lato del sentiero. Mi stava raggiungendo, lo sentivo. Chiusi gli occhi, paura...
Tutto era cominciato in un'afosa mattina di agosto. Il caldo insopportabile. Decidemmo di andare a fare un giro, Matteo ed io. Mi piaceva il paese, sempre tranquillo, solitario... i campi, poi, era fantastico. Non c'era nessuno, niente, eri circondato solo dai tuoi pensieri. Però, prendendo un sentiero sterrato, arrivavi ad una vecchia casa, abbandonata da tempo. Ne avevamo sentito parlare, così vi andammo. La strada era lunga, minimo tre chilometri. Tutto sassi e campi, sassi e campi, sassi e campi... Ti perdevi nell'immensità di quel paese. La casa era sempre lì, davanti a te, ma non riuscivi mai a raggiungerla. Ci riuscimmo, finalmente, dopo una buona mezz'ora. Stava lì, immobile. I muri giallo senape, sembravano sbiadirsi ad ogni soffio di vento. Due piani, otto finestre, sbarrate da assi. Il portone, chiuso da filo di ferro, sembrava invitarti ad entrare. Un crocifisso appeso al muro, sopra la porta. Dalla parte, stava una specie di fienile, con i muri di cemento. Unica differenza, dentro vi tenevano i trattori, cosicché non venissero rubati. Per farli uscire, dovevi aprire un portone, chiuso a chiave con un grosso lucchetto. Guardai ancora la casa.
-"Entriamo?" - fece Matteo
-"E come?" - risposi
-"Scassiniamo la porta!"
-"Si certo, è chiusa!"
-"Slego il filo di ferro! Pensi che non l'abbia mai fatto?
Lo guardai in modo strano, storcendo il naso.
-"Se ci riesci..." - dissi, celando a stento l'emozione. Sì, emozione. Non vedevo l'ora di arrivare lì, adesso dovevo anche entrare.
Attesi qualche minuto, giusto il tempo che servì al mio amico per togliere il filo e aprire la porta. Era vecchia, e il legno marcio facilitava le cose.
Mi avvicinai, boccheggiando come un pesce. -"wooow..."
-"Ecco fatto, adesso entriamo?!" - ridacchiò Matteo.
Dentro, finalmente! Non ci avrei mai sperato. Stranamente, l'interno era nuovo. Dei mobili, coperti da teli trasparenti, avevano l'aria di essere lì da poco. Il pavimento era pieno di polvere e schegge di legno, sicuramente a causa dell'apertura della porta. I muri, intonacati di bianco, emanavano uno strano odore di pittura. Fresca. Ne ero sicuro, perché mio padre aveva appena dipinto casa.
-"Matteo..." - feci -"Non ti pare strano che ci sia odore di pittura?
-"Ma cosa c'è di strano? L'avranno dipinta prima di chiuderla!" - sbottò lui.
-"Sì ma... non lo so, c'è qualcosa di strano... Dopo un po' l'odore si disperde, ma qui..."
-"Però è tutto sigillato!"
-"Non lo so, a me pare strano... magari ci abita qualcuno..."
-"Non dire scemenze, Andrea! Se sei fifone, lo sapevo che non..."
Udimmo uno scricchiolio. Proveniva dal piano di sopra.
-"Vedi, io te l'av..." - sussurrai, ma fui interrotto ancora da quel rumore. Sembravano passi. -"Dai, andiamo, Matteo..." - mi incamminai verso la porta, che mi attendeva con una triste sorpresa. Era chiusa. Ritornai indietro. Spaventato, più che arrabbiato. Come aveva fatto a chiudersi? Tra l'altro, avendola scardinata, ora non riuscivo più ad aprirla dall'interno. Avrei dovuto sfondarla.
-"Allora?" - chiese Matteo.
-"E' chiusa."
-"Troviamo un'altra uscita, vuoi che non ce ne sia una?! Ma prima, ti dispiacerebbe accompagnarmi di sopra? Voglio vedere che c'è."
-"Sì, ma poi andiamo via subito, ok?" - risposi un po' intimorito.
-"Va bene..."
Salimmo una scala, larga e bianca. I gradini in marmo, polverosi, attutivano i nostri passi. Sbucammo in un piccolo corridoio, con quattro stanze. In fondo una finestra, sbarrata. C'era uno strano odore. Non di pittura, più forte. Matteo mi precedette, ed entrò nella prima stanza a destra.
-"Oddio che schifo!" - gridò.
-"Cosa? Cosa c'è?" - ansimai correndo da lui. Ecco svelato il mistero della puzza. A terra, in una sorta di cucina, stava il cadavere di un gatto. Lo vidi appena, perché la stanza era buia. Per fortuna, o non avrei retto. Matteo di voltò verso di me con una strana smorfia di disgusto dipinta in volto. Lo avevo visto poche volte veramente schifato. Questa era una.
-"Ora andiamo però!" - dissi trattenendo un conato di vomito per l'odore. Quindi mi incamminai verso la scala. Matteo non mi stava seguendo. Mi voltai. Era sparito!
-"Matteo, dove sei?" - gridai -"Dai, non è divertente, vieni fuori! Va bene, fa come vuoi, io vado. Se vuoi ammuffire qui dentro..." - sentii un rumore strano, proveniente dalla seconda porta a sinistra. Rotolò fuori una cosa. Rimasi impietrito, quindi non riuscii a trattenermi. Vomitai a terra tutto quel poco che avevo mangiato. Mi pareva di non avere più niente in corpo, stavo per svenire. Mi precipitai giù lungo la scala, più velocemente che potei. Impressa avevo solo quell'immagine: la testa di Matteo che rotolava fuori dalla stanza buia. Non sapevo cosa fare, davanti a me solo la porta chiusa, che non ero riuscito a riaprire. Dietro, dei passi svelti, pesanti. Non potevo fermarmi, non volevo. Andai in contro alla porta. Con le poche forze che mi erano rimaste, la sfondai. Caddi a terra, fuori da quell'orribile casa. Avevo schegge di legno conficcate ovunque, e un braccio mi doleva terribilmente. Forse rotto. Corsi incontro alla bici, che aveva una ruota bucata. Qualcuno l'aveva sgonfiata. Ma come? Improvvisamente, l'unica idea che mi venne fu di scavalcare il muro dove erano tenuti i trattori. Era troppo alto, ma c'era una scaletta arrugginita, tutta storta. I gradini erano conficcati nel muro, e non avrebbero retto certamente più di 45 chili. Un bambino come me poteva farlo, ma chiunque altro sarebbe caduto. Vi salii tremando, i ferri cigolavano. Mi voltai solo una attimo, e lo vidi. Un uomo vestito di nero stava dietro di me. Il volto coperto da un passamontagna. Mi afferrò ad un piede, trovandosi più in basso di me. Era riuscito a salire! Mi divincolai, scalciando, finché riuscii a togliermi la scarpa. L'uomo precipitò giù. Scavalcai veloce il muro, scesi per una scaletta uguale all'interno.
Mi venne una strana paura. Non ci avevo pensato, che idiota: ora ero intrappolato lì dentro! Il portone era bloccato dal lucchetto. Maledissi la casa, maledissi Matteo che mi ci aveva fatto entrare. Maledissi tutto. Notai, in basso ad un muro, una fessura che da fuori non si vedeva. Il terreno sotto era ceduto, e il cemento dello spiazzo all'esterno era rotto. Riuscii, non so come, ad uscirne, passandoci sotto. Il braccio che mi doleva, si guastò del tutto. Corsi verso la bici. Vi salii, nonostante la ruota a terra. Volevo andarmene al più presto, via da tutto. L'uomo non c'era più. L'unica ruota gonfia, mi permetteva di andare avanti. Non capivo niente. Mi sembrava di andare veloce, quando magari ero fermo. Poi la caduta.
Ero lì, immobile, in un fosso. Gli occhi chiusi dalla paura, la pochissima acqua mi bagnava velocemente. Vidi una donna correre verso di me, con le mani sulla bocca.
-"Oddio..." - la sentii gridare. Poi più niente, ricordo solo il dolce momento che provai, quando mi prese tra le braccia. Calore, conforto. Chiusi gli occhi...
Racconto horror di Chiara.