lunedì 23 dicembre 2013

Prigioniero - Racconto fantastico



  
















Voglio saltare giù. Voglio buttarmi nel vuoto, sentire l’aria che attraversa il mio corpo  rigido e rallenta la caduta, fino a farmi planare chissà dove. Voglio scappare da qui, non resisto un attimo di più. Vedo gli uomini che passano, li vedo camminare nei loro abiti eleganti, tutti modellati secondo uno schema preciso, belli, alti. Vorrei volare giù, togliere loro la vita uno ad uno, macchiarmi del loro sangue meschino. Indossano maschere di ipocrisia, falsi sorrisi, io li vedo. Sento quello che pensano, quanto odio represso, quanta falsità. Perfetti? Mai. Mai stati. Superiori? Forse. O non sarei qui. Mi hanno imprigionato, legato a un’oscura maledizione, Dio solo sa come posso liberarmene. E’ questa la verità, chissà quali fandonie spargono sul mio conto, e su quello degli altri. Li hanno imprigionati tutti, non se n’è salvato uno. Eravamo troppo brutti, gobbi e deformi, alcuni con delle ali enormi, appuntite, dei piccoli diavoli. Sì, assomigliavamo al diavolo, ma non eravamo cattivi. Il nostro orribile aspetto era quanto di più sbagliato avessimo, non come loro. Con quelle belle facce, i bei corpi dritti, i denti bianchi e i capelli lunghi. Quanta meschinità nascondono, quanta crudeltà. Ci hanno sempre disprezzati. Hanno iniziato a cacciarci via, ci prendevano a bastonate, alcuni di noi sono morti. Almeno non devono sopportare questa sofferenza, queste invisibili catene che ci tengono legati quassù. Voglio buttarmi.
Arriverà il giorno che ci vendicheremo, oh sì. Riusciremo a fuggire di qui, da queste orribili chiese che tanto ci assomigliano per certi aspetti. Gli uomini vi si rifugiano dentro, hanno ancora paura di noi, ma finché saremo immobili, i nostri volti deformi non potranno far loro nulla di male.
Nulla.
E quando piove, a patire siamo noi poveri disgraziati. I lampi ci accecano, i tuoni ci assordano, la grandine ci ferisce e la pioggia ci corrode. Corrode la pietra, il marmo. Ci corrode dentro quando ci attraversa il corpo, cerchiamo di sputarla, alcuni possono. Io no, non ne ho la capacità. Sono solo un’inutile statua, un ornamento fisso e disprezzato. Ormai molti umani non prestano attenzione a noi, talvolta ci contemplano anche. Che arte, che maestosità, dicono.
Vediamo la città da stare qui, vediamo tutto. Ci indicano con le loro belle mani, che accarezzano e feriscono. Alcuni ridono di noi, coi loro denti bianchi.
Io non sono così.
Non lo sono mai stato.
Ho degli artigli, denti lunghi e affilati, il mio volto è mostruoso, sono fisso in questa posizione, curvo, le ali spiegate.
Ed ero buono, non come loro, con la loro ipocrisia e falsità. Io, noi in generale, non abbiamo mai creato scompigli, non abbiamo mai terrorizzato alcun essere. Cosa c’è di sbagliato in noi?
Stando qui, tutto il rancore e la rabbia si sono accresciuti in me, e penso anche negli altri. Però non potrò mai saperlo, non potrò mai chiederglielo. Gli uomini mi hanno privato anche della parola.
Sono fermo.
Muto.
Prigioniero.
Ma non riusciranno mai a togliermi la ragione, né tutti i sentimenti negativi che ho sviluppato in questa lunga cattività.
Una bambina mi sta indicando, “è mostruoso”, dice, “a cosa serve papà?”. Le risponde “alcuni sono come canali di scolo, altri…”. Non riesco più a sentire, sono entrati.
Ah, quante bugie. Io so la verità, so la storia, vorrei raccontarla al mondo intero. Vorrei parlare di come ci hanno imprigionati e condannati a rimanere quassù.
Voglio solo buttarmi, rompere la pietra e precipitare giù. Mettere fine a questa agonia devastante.
Voglio solo buttarmi…



Racconto fantastico di Chiara

venerdì 31 maggio 2013

Battito - Haiku




Rimani solo
un battito confuso.
Dolce ricordo.


Haiku di Chiara

sabato 11 maggio 2013

Chiusi gli occhi... - Racconto horror


Andavo all'impazzata, non mi rendevo nemmeno più conto di cosa stavo facendo. La strada sterrata, davanti e dietro di me. Sassi e sassi rossi, cocci di vasi rotti, la stradina si faceva sempre più stretta. Avevo una ruota a terra, ma non potevo fermarmi. Non lì, non in quel momento. Non potevo e basta. Sentivo delle grida, dietro di me. Rumori atroci. Cercai di proseguire, inutilmente. Lo sforzo era troppo, non avrei retto ancora. Urtai un mattone, rosso. Caddi dalla bicicletta, finendo in un fossato al lato del sentiero. Mi stava raggiungendo, lo sentivo. Chiusi gli occhi, paura...

Tutto era cominciato in un'afosa mattina di agosto. Il caldo insopportabile. Decidemmo di andare a fare un giro, Matteo ed io. Mi piaceva il paese, sempre tranquillo, solitario... i campi, poi, era fantastico. Non c'era nessuno, niente, eri circondato solo dai tuoi pensieri. Però, prendendo un sentiero sterrato, arrivavi ad una vecchia casa, abbandonata da tempo. Ne avevamo sentito parlare, così vi andammo. La strada era lunga, minimo tre chilometri. Tutto sassi e campi, sassi e campi, sassi e campi... Ti perdevi nell'immensità di quel paese. La casa era sempre lì, davanti a te, ma non riuscivi mai a raggiungerla. Ci riuscimmo, finalmente, dopo una buona mezz'ora. Stava lì, immobile. I muri giallo senape, sembravano sbiadirsi ad ogni soffio di vento. Due piani, otto finestre, sbarrate da assi. Il portone, chiuso da filo di ferro, sembrava invitarti ad entrare. Un crocifisso appeso al muro, sopra la porta. Dalla parte, stava una specie di fienile, con i muri di cemento. Unica differenza, dentro vi tenevano i trattori, cosicché non venissero rubati. Per farli uscire, dovevi aprire un portone, chiuso a chiave con un grosso lucchetto. Guardai ancora la casa.
-"Entriamo?" - fece Matteo
-"E come?" - risposi
-"Scassiniamo la porta!" 
-"Si certo, è chiusa!"
-"Slego il filo di ferro! Pensi che non l'abbia mai fatto?
Lo guardai in modo strano, storcendo il naso. 
-"Se ci riesci..." - dissi, celando a stento l'emozione. Sì, emozione. Non vedevo l'ora di arrivare lì, adesso dovevo anche entrare.
Attesi qualche minuto, giusto il tempo che servì al mio amico per togliere il filo e aprire la porta. Era vecchia, e il legno marcio facilitava le cose.
Mi avvicinai, boccheggiando come un pesce. -"wooow..."
-"Ecco fatto, adesso entriamo?!" - ridacchiò Matteo.

Dentro, finalmente! Non ci avrei mai sperato. Stranamente, l'interno era nuovo. Dei mobili, coperti da teli trasparenti, avevano l'aria di essere lì da poco. Il pavimento era pieno di polvere e schegge di legno, sicuramente a causa dell'apertura della porta. I muri, intonacati di bianco, emanavano uno strano odore di pittura. Fresca. Ne ero sicuro, perché mio padre aveva appena dipinto casa.
-"Matteo..." - feci -"Non ti pare strano che ci sia odore di pittura?
-"Ma cosa c'è di strano? L'avranno dipinta prima di chiuderla!" - sbottò lui.
-"Sì ma... non lo so, c'è qualcosa di strano... Dopo un po' l'odore si disperde, ma qui..."
-"Però è tutto sigillato!"
-"Non lo so, a me pare strano... magari ci abita qualcuno..."
-"Non dire scemenze, Andrea! Se sei fifone, lo sapevo che non..."
Udimmo uno scricchiolio. Proveniva dal piano di sopra.
-"Vedi, io te l'av..." - sussurrai, ma fui interrotto ancora da quel rumore. Sembravano passi. -"Dai, andiamo, Matteo..." - mi incamminai verso la porta, che mi attendeva con una triste sorpresa. Era chiusa. Ritornai indietro. Spaventato, più che arrabbiato. Come aveva fatto a chiudersi? Tra l'altro, avendola scardinata, ora non riuscivo più ad aprirla dall'interno. Avrei dovuto sfondarla.
-"Allora?" - chiese Matteo.
-"E' chiusa."
-"Troviamo un'altra uscita, vuoi che non ce ne sia una?! Ma prima, ti dispiacerebbe accompagnarmi di sopra? Voglio vedere che c'è."
-"Sì, ma poi andiamo via subito, ok?" - risposi un po' intimorito.
-"Va bene..."
Salimmo una scala, larga e bianca. I gradini in marmo, polverosi, attutivano i nostri passi. Sbucammo in un piccolo corridoio, con quattro stanze. In fondo una finestra, sbarrata. C'era uno strano odore. Non di pittura, più forte. Matteo mi precedette, ed entrò nella prima stanza a destra.
-"Oddio che schifo!" - gridò.
-"Cosa? Cosa c'è?" - ansimai correndo da lui. Ecco svelato il mistero della puzza. A terra, in una sorta di cucina, stava il cadavere di un gatto. Lo vidi appena, perché la stanza era buia. Per fortuna, o non avrei retto. Matteo di voltò verso di me con una strana smorfia di disgusto dipinta in volto. Lo avevo visto poche volte veramente schifato. Questa era una.
-"Ora andiamo però!" - dissi trattenendo un conato di vomito per l'odore. Quindi mi incamminai verso la scala. Matteo non mi stava seguendo. Mi voltai. Era sparito!
-"Matteo, dove sei?" - gridai -"Dai, non è divertente, vieni fuori! Va bene, fa come vuoi, io vado. Se vuoi ammuffire qui dentro..." - sentii un rumore strano, proveniente dalla seconda porta a sinistra. Rotolò fuori una cosa. Rimasi impietrito, quindi non riuscii a trattenermi. Vomitai a terra tutto quel poco che avevo mangiato. Mi pareva di non avere più niente in corpo, stavo per svenire. Mi precipitai giù lungo la scala, più velocemente che potei. Impressa avevo solo quell'immagine: la testa di Matteo che rotolava fuori dalla stanza buia. Non sapevo cosa fare, davanti a me solo la porta chiusa, che non ero riuscito a riaprire. Dietro, dei passi svelti, pesanti. Non potevo fermarmi, non volevo. Andai in contro alla porta. Con le poche forze che mi erano rimaste, la sfondai. Caddi a terra, fuori da quell'orribile casa. Avevo schegge di legno conficcate ovunque, e un braccio mi doleva terribilmente. Forse rotto. Corsi incontro alla bici, che aveva una ruota bucata. Qualcuno l'aveva sgonfiata. Ma come? Improvvisamente, l'unica idea che mi venne fu di scavalcare il muro dove erano tenuti i trattori. Era troppo alto, ma c'era una scaletta arrugginita, tutta storta. I gradini erano conficcati nel muro, e non avrebbero retto certamente più di 45 chili. Un bambino come me poteva farlo, ma chiunque altro sarebbe caduto. Vi salii tremando, i ferri cigolavano. Mi voltai solo una attimo, e lo vidi. Un uomo vestito di nero stava dietro di me. Il volto coperto da un passamontagna. Mi afferrò ad un piede, trovandosi più in basso di me. Era riuscito a salire! Mi divincolai, scalciando, finché riuscii a togliermi la scarpa. L'uomo precipitò giù. Scavalcai veloce il muro, scesi per una scaletta uguale all'interno.
Mi venne una strana paura. Non ci avevo pensato, che idiota: ora ero intrappolato lì dentro! Il portone era bloccato dal lucchetto. Maledissi la casa, maledissi Matteo che mi ci aveva fatto entrare. Maledissi tutto. Notai, in basso ad un muro, una fessura che da fuori non si vedeva. Il terreno sotto era ceduto, e il cemento dello spiazzo all'esterno era rotto. Riuscii, non so come, ad uscirne, passandoci sotto. Il braccio che mi doleva, si guastò del tutto. Corsi verso la bici. Vi salii, nonostante la ruota a terra. Volevo andarmene al più presto, via da tutto. L'uomo non c'era più. L'unica ruota gonfia, mi permetteva di andare avanti. Non capivo niente. Mi sembrava di andare veloce, quando magari ero fermo. Poi la caduta.

Ero lì, immobile, in un fosso. Gli occhi chiusi dalla paura, la pochissima acqua mi bagnava velocemente. Vidi una donna correre verso di me, con le mani sulla bocca.
-"Oddio..." - la sentii gridare. Poi più niente, ricordo solo il dolce momento che provai, quando mi prese tra le braccia. Calore, conforto. Chiusi gli occhi...



Racconto horror di Chiara.

sabato 20 aprile 2013

Il pianeta degli angeli - Racconto di fantascienza



Eravamo in viaggio da anni. Così tanti, che avevo perso la cognizione del tempo. Tutto buio, tutto uguale. Tutto così terribilmente noioso. Ogni tanto si vedeva un asteroide. Qualche stella, lontana, e basta. Ci eravamo allontanati molto dalla galassia, che si vedeva nettamente, da dove eravamo. Ricordo quando partimmo. Emozione, calore, desiderio di una nuova scoperta. La navicella pronta. Fantastico. Bianca, con una banda blu. AT659 stampato sui fianchi. Indossavamo le nostre tute. Anch'esse bianche, con un casco. Da usarsi nello spazio, se avessimo visto qualcosa di interessante. Ci eravamo avvicinati alla Luna, sempre di più, quasi a sfiorarla, ma non vi mettemmo piede. No, il nostro scopo era un altro. Cercare un pianeta abitato, o abitabile. Lontano anni luce, chissà. Magari non lo avremmo mai trovato, o magari era dietro l'angolo. Potevamo viaggiare qualche anno, come potevamo morire lì, in quella navicella, e raggiungere il pianeta sotto forma di cenere. Una missione suicida, in pratica. Le possibilità erano ben poche, come dicevano le statistiche. Io mi fidavo ciecamente. Se è statistico, è vero. Ma non è forse così che ci si infila nelle cose peggiori? Come il gioco d'azzardo. Dicono che dopo nove rossi, arriva un nero. E tu che allora punti i risparmi della vita su una pallina, come se fosse tutta la tua vita. Come se il tuo destino dipendesse proprio da quella pallina. Così ci eravamo affidati anche noi a quella spedizione: onore e gloria, se avessimo trovato il famigerato pianeta. Morte, se non lo avessimo trovato. Non potevamo fare rotta inversa. Dovevamo insediarci sul pianeta, procreare. Capii dopo che era un imbroglio troppo evidente. Di chi mai potevamo avere la gloria, su un pianeta deserto? Sicuramente era solo un modo per mandare via qualcuno, qualcuno di intelligente e qualcuno di scemo. C'erano famosi scienziati, a bordo della navicella. Che non sarebbero mai ritornati. Avevano scoperto qualcosa di importante, e dovevano morire con quel segreto. Doveva essere qualcosa di grosso, per mandarli così, in cerca del nulla nel nulla. Io rientravo nella categoria degli scemi, forse. Quoziente intellettivo troppo basso per fare qualcosa di buono. Magari andavo bene per altro, su un pianeta disabitato. O abitato, chi poteva saperlo. Però mi scelsero. Era un onore per me, per me che non sapevo. Per me, ingenuo sciocco con un quoziente troppo basso, era la cosa migliore del mondo. Ricchezza, onore, fama, pensavo. Eravamo ottimisti. Quasi tutti, non quelli intelligenti. Sapevano già come sarebbe andata a finire e non ci dissero nulla. Noi poveri altri ingenui, eravamo al settimo cielo. Mi venne un dubbio, quando ci avvertirono che la navicella non poteva fare rotta indietro. Come si faceva, allora, per il carburante? In un’epoca così progredita, avevano già pensato a tutto, immaginai. Scoprii poi, che la maggior parte del carburante effettivamente utilizzato proveniva da noi. Noi facevamo andare avanti quella navicella. Non il contrario. E il cibo? Ce n'era a sufficienza, almeno di quello. Se fosse finito, saremmo morti. Semplice, no?
Così passarono giorni, mesi, anni. Tutti uguali, sì. Tutti maledettamente identici. Niente da fare, niente da guardare. Qualche altro ingenuo come me si era portato un giornalino enigmistico. Finito quasi subito, ovviamente. L'avevamo poi rifatto centinaia di volte, così tante che ho perso il conto. Provavamo ad inserire altre parole, ci ingegnavamo a fare nuovi cruciverba. Mi resi conto in che stupidata mi ero cacciato quando non avevo più niente da fare. Il tempo passava, così, nullo. Ogni tanto pensavo a mia moglie. Doveva soffrire molto, e io l'avevo abbandonata. Soffriva perché avevamo un figlio, Massimo, di 3 anni. Era il nostro angelo, così bello. Tutto quello che faceva ci rendeva felici. Piccolo paffutello, biondo con gli occhi grigi, riempiva le nostre giornate di gioia. Come avremmo fatto senza di lui? E un bel giorno, lo capimmo. Era andato fuori, a giocare. Le manine, troppo piccole per afferrare una palla. La lasciarono cadere, rotolò in strada. Lui la seguì, ingenuo come un bambino, ingenuo come me. Passava un camion. Il rosso mi rimase stampato in faccia per anni. Rosso fuoco, color del camion. Rosso sangue, sangue di mio figlio. Fino alla notizia fantastica, perfetta. Ci mancava solo una spedizione spaziale! Però accettai. Chissà perché. Ero sciocco, ecco. Pensavo che avrei reso felice mia moglie, quando sarei ritornato, ricco sfondato e famoso, le avrei dato tutto ciò che desiderava. Beh, poi partimmo, e il resto si sa. Cosa starà facendo, adesso, lo posso solo immaginare. Avrà trovato un nuovo fidanzato, si sarà sposata, dandomi per morto. In effetti, non avevano nostre notizie dalla partenza, come noi non ne avevamo dal pianeta. E fin qui niente di particolare. Il meglio, o il peggio, accadde quando trovammo davvero un pianeta. Era verde, acqua allo stato liquido. Atmosfera respirabile senza casco. Lo esplorammo un po', in cerca di forme di vita. Oltre a noi, ovviamente. Niente. Non trovammo niente. Stavamo quasi per ripartire, quando ci ricordammo che non potevamo farlo. Allora decidemmo di popolare il pianeta, ma mi rifiutai. Non volevo tradire mia moglie. Neanche se lei lo aveva fatto, neanche in onore della scienza. Non volevo punto. Mi appartai su una collina. Abbastanza alta per vedere tutti, e abbastanza bassa per poter scendere in caso di pericolo. Una notte dormivo, beato. Strani satelliti e strane stelle splendevano in uno strano cielo. Nuovo, mai visto. Mi sentii toccare, piano, ad un braccio. Mi destai di colpo. Sicuramente era il vento, sì, o qualcuno mi aveva raggiunto. Mi guardai intorno, in cerca di qualcosa per difendermi. Quando sentii una voce. Infantile. “Papà”- diceva. Mi sfregai gli occhi, e fu in quel momento che lo vidi. Il suo viso paffutello, i suoi capelli biondi, i bellissimi occhi grigi. Allungai una mano, incredulo, sorpreso. Spaventato, più che altro. La allungò anche lui. La presi, la strinsi forte. Feci per portarla a me, quando svanì tutto, così come era comparso. 

Mi svegliai, in quel momento. Mi svegliai davvero. Mia moglie piangeva vicino a me, seduta sull'erba del cortile. Mi abbracciava. “Eri svenuto”- singhiozzava - “eri svenuto...” Sull'asfalto caldo, di un giorno di giugno, il corpo di mio figlio. Rosso sangue. Gli occhi grigi voltati verso di me. Una mano allungata, chiusa a pugno.
E' morto, diceva mia moglie. Piangeva. Lo guardai bene. Così piccolo, così ingenuo. Strappato alla sua vita in un modo così brutale. 
“E' vivo, tesoro.”- Risposi -“Lo rivedrò, in futuro. Lo rivedrò sul pianeta degli angeli...”



Racconto di fantascienza di Chiara

mercoledì 17 aprile 2013

L'altra parte di me - Quarta Parte



Mi svegliai. Non riuscivo a capire quanto avevo dormito. Mi guardai intorno. Tutto era bianco. Anche il letto… non era il mio letto. Capii subito. Era stato tutto un sogno! Andrea… non era mai esistito… Andrea…
C’era una cosa però, che non mi spiegavo. Mi trovavo in ospedale, ne ero certa.
“Non è stato un sogno, lo sai…” parlò la mia coscienza. “Guarda il comodino… un flacone sì, psicofarmaci… sedativi… la vedi? La cartella clinica, aprila…”
Mi tremavano le mani. La presi… la stavo per aprire… entrò mia madre. Mi corse incontro. Nascosi la cartella sotto le coperte.
«Grazie al cielo stai bene» mi abbracciò.
«mamma… voi… non mi avete abbandonato?»
«Tesoro… io… devi riposare, sei stanca… prima però, c’è qualcuno che vorrebbe vederti… ti ha salvato la vita… lo vado a chiamare…»
Uscì dalla stanza. Ripresi la cartella.
“Dai… aprila, abbi coraggio… brava, così… leggi… cosa c’è scritto? Come non vuoi leggere? Devi leggere… Incidente? Trauma? Leggi più sotto… sono sei parole, dai… brava… la paziente soffre di personalità multipla… le hai lette! Brava, visto, non ci voleva tanto… che fai, ora? La chiudi? Non vuoi più leggere?”
Posai la cartella sul comodino, nell’istante in cui entrò un ragazzo. Alto, sui vent’anni.
«Ciao…» disse.
«Chi… sei…?»
«Io… ho chiamato l’ambulanza, hai fatto un incidente in moto e…»
“Ora ricordi tutto? Sai già come va a finire la storia? Brava ragazza… ma… cos’è? Cosa fa?”
«Ho trovato questo vicino al motorino, pensavo volessi riaverlo…»
Non risposi. Mi salutò imbarazzato e uscì.
“Non vuoi vedere cos’ha trovato? Hai paura… sai già cos’è… non è così?”
Chiusi gli occhi. Mi voltai verso il comodino… il braccialetto… non c’era… non lo aveva messo sul comodino… lo aveva tenuto! Lo aveva tenuto!!
“Visto, ragazza? Non è più un problema tuo. L’ho detto io… da una droga, non ci si separa… mai più…”



Racconto di Chiara


sabato 13 aprile 2013

L'altra parte di me - Terza parte




Mi svegliai, l’indomani. Turbato. Erano le due del pomeriggio. Non ero andato a scuola. Il giorno prima, era venuto da me un gruppetto di ragazze. Avevano saputo che ero il cugino di Anna. Mi avevano chiesto di lei. Volevano vederla. Non era ammissibile, Anna non esisteva più… Anna era svanita… dissi di sì, che sarebbe venuta ad incontrarle. Non poteva non andare, avrebbero sospettato qualcosa. “Io sono Andrea… il braccialetto è Andrea. Anna non esiste, Anna sta svanendo. Anna è un ricordo. Lontano, che scompare come nebbia, man mano che i ricordi di Andrea si fanno vivi. Man mano che i ricordi di Andrea prendono il posto di quelli di Anna…” Dovevo lasciare Andrea. Ne ero cosciente, ma non potevo. Feci uno sforzo enorme a separarmene, ma dovetti. Poggiai il braccialetto sul tavolo. Andai in camera. Era una tentazione. “Torna a prenderlo, torna con lui. Lo sai che non puoi stare senza… è una droga… guardati, sembri una drogata. Sei fuori posto, niente di questo ti appartiene, ragazza, niente…”
Rovistai in un cassetto vecchio. Vedevo i miei vestiti… i vestiti di Anna. Erano lì, immobili, puliti. Presi in mano una maglietta azzurra. Mi ricordai un episodio dell’infanzia. Ero caduta dall’altalena, e mia madre era corsa ad abbracciarmi. Mi cantava una filastrocca… mi voleva bene… mi vestii. La tentazione era forte. “Lo sai, lo sai anche tu… tu lo vuoi, ragazza, tu lo vuoi... lo hai scelto tu, ora è parte di te… prendilo, dai, è sul tavolo, ti aspetta…”
«No!» gridai. Mi affrettai ad uscire, chiusi bene la porta.

Arrivai all'’incontro verso le tre meno un quarto. Erano sedute su una panchina, al parco. Un gelato in mano. Ripassai i loro nomi velocemente. Feci fatica, come se non le conoscessi. «Elisa, Laura, Giulia…»
«Ciao Anna!» salutarono «Nuovo taglio?»
«Eh…sì…» non se n’erano accorte… non mi avevano già vista con quel taglio? Ma dove? E chi ero? “Andrea… Andrea eri… Andrea ti aspetta…”
Io non ero Andrea, no.
«Ti sei trasferita, l’ho saputo da tuo cugino…» fece Laura.
«Come da mio…?»
Mi interruppe abbracciandomi. Mi dissero che ero loro mancata. Sciocchezze. Non ci credevo. “Non sono tue amiche, non sono amiche di Andrea…”
Parlammo. Per un po’. Non so quanto, di preciso. Un po’.
«Parlami di quel tuo cugino… è piuttosto carino…» Era fissata, Elisa, con i ragazzi.
«Io…»
“come fanno a non vedere? Che stolte, che cieche… non sono tue amiche, non ti distinguono… non ti distinguono da Andrea… voi siete la stessa persona… tu lo vuoi, ora… E’ una droga, ragazza, non lo capisci?! Guardati, non sai rispondere…”
«Io…»
“Confermi, confermi… non sai chi sei, non più… hai bisogno di lui per vivere… guardati, guardati… non ne puoi fare a meno, lo sai anche tu… lascia queste persone, lasciale, non ti riconoscono più… non sanno chi sei… tu non sai chi sei, ne hai bisogno… torna a casa, è sul tavolo. Ti aspetta. Tu sei lui, lui è te. Non rinunciare così, non farlo… guardati, sei drogata! Andrea è la tua droga, Andrea…”
«Non sono drogata!» esclamai improvvisamente, la rabbia stava riaffiorando.
«Anna, che ti prende?»
«Non sono drogata, basta, non sono Andrea!» gridai. Ero esasperata. Ero solo impazzita, forse.
Le lasciai. Scappai via, di corsa. Senza salutare. Io non riconoscevo loro, loro non riconoscevano me. Era logico, era giusto… lui mi attendeva a casa, lui…

Eccolo. Lì, immobile, sul tavolo. Lo presi in mano.
“Ecco… finalmente ritornerai te stessa… finalmente…”
Lo indossai. Mi sentivo meglio. Era come se io dipendessi da quel braccialetto. La mia vita, i miei amici, la mia persona… decisamente meglio, sì.
Andai in garage. Il motorino appoggiato al muro. Mai utilizzato. Questo lo ricordavo. Anna aveva paura… “Tu sei Andrea, non esiste Anna, è la tua immaginazione…”
Lo portai fuori a mano. Vi salii. Funzionava, si accese subito. Partii, chissà per dove. Avevo solo bisogno di meno stress… volevo essere me stesso…



Racconto di Chiara

martedì 9 aprile 2013

L'altra parte di me - seconda parte




La scuola iniziava alle 8.00. Non per me. Gli studenti nuovi dovevano iscriversi in segreteria. Vi andai, con comodo. Una fila di ragazzi davanti a me. Del primo anno, sicuro. Arrivò il mio turno. Ero tranquilla… tranquillo. Meglio così.
«Ragazzo, come ti chiami?» stridulò la voce dell’addetta alle iscrizioni.
«An… Andrea. Andrea Ghitti»
«Sei nuovo?»
«Sì.» mentii. Ne ero cosciente, ma mentii. “Devi fare così… così è meglio, così è giusto… tu sei Andrea…”
«Io non sono…»
«Che hai ragazzo? Sei pallidino. Guardati, stai in piedi a pane e acqua?»
«Neanche quello, ho…» mormorai tra me e me.
«Come? »
«Niente…lasci perdere, sono nuovo in città. Sono…un parente di Anna Ghitti…»
«Non risulta nessuna Anna Ghitti iscritta a questo anno.»
«No infatti è… si è trasferita, ecco. Io abito nella sua vecchia casa…»
«Va bene ragazzo. Nel corridoio c’è l’elenco delle attività opzionali. Iscriviti ad almeno una di esse… e mangia un po’, non vorrei chiamare il pronto soccorso il primo giorno!»
Ci aveva creduto. Era una bugia troppo evidente. Ma ci aveva creduto. Andrea? Avrei dovuto portare quel nome tutto l’anno… “E’ il tuo nome… tu non sei Anna, tu sei Andrea… iscriviti a uno sport, maschile, dai, conoscerai persone, ti farai amici…”
«Io non mi chiamo Andrea!» passò un gruppetto di ragazze. Risero. Di me, sicuramente. Non capita tutti i giorni di vedere un ragazzo parlare da solo. Ero un pazzo ai loro occhi. Sì, ma dentro me non mi ero mai sentita così bene con me stessa… o meglio, con me stesso… qualcosa stava prendendo il mio corpo. Si stava impossessando di me. Si insinuava dentro me… nei miei ricordi… Non riuscivo a ricordare il mio primo anno in quella scuola. Amnesia, forse. O forse no…
Cos’aveva detto quella donna? Dovevo iscrivermi ad un’attività? Passai davanti alla bacheca con i fogli. Un colore diverso per ogni diversa disciplina. Mi soffermai su un foglio verde. Calcio. Scrissi il mio nome alla svelta. La prima lezione era quel giorno stesso. Terminava alle cinque del pomeriggio. Ero stanco, sfinito, turbato. Potevo saltarla. Il pensiero, però mi passò da una parte all'altra, per poi sparire. Sparito così com’era arrivato. Dal nulla. Mi avviai verso la classe. Dovevo presentarmi. In fondo, ero un alunno nuovo…

Cinque meno un quarto, spogliatoi. La lezione di calcio era terminata. «Fate la doccia, branco di ragazzacci» aveva gridato l’allenatore. Ero caduto più di una volta, durante l’allenamento. Non ero in gamba. Non ero… “Non hai scuse… sei un uomo, ormai… non sarai una femminuccia…”
Entrai in doccia, vestito. Mi tolsi i vestiti da stare dentro. Stavo quasi per commettere l’errore più grande, mi avrebbero scoperto, se mi fossi svestito fuori. Vidi il mio corpo. La seconda volta, in quel giorno. Una femmina. Ecco cos’ero. Una femmina… “Ma che dici! Tu sei un uomo, un vero uomo… Andrea è con te… tu sei Andrea…”
Tolsi il braccialetto. D’improvviso mi ricordai del mio primo anno di scuola, come Anna. Io ero Anna! Mi sentivo nuda, spoglia, come se una parte di me si fosse persa. Nel nulla. Il braccialetto in mano. Non voleva cadere, su quel mucchio di vestiti sporchi, non voleva. Era più forte di me. Dovevo tenerlo. Feci per rimetterlo, ma cadde a terra. “Brava… ora sei perduta… prendilo svelta, che aspetti? Come farai ad uscire di qui? Non vorrai vivere in una doccia?! Ti vedranno, sveglia! Ti vedranno! E allora capiranno, scopriranno il tuo segreto…”
Ci misi su un piede. Stava per finire giù. Nello scarico. Stava per perdersi. Per sempre. Ma lo fermai, sì, ero salvo. Lo raccolsi, lo tenni stretto in mano. “Bravo… così sei te stesso, così…”
Uscii dalla doccia. Lo spogliatoio vuoto. L’asciugamano sotto le ascelle, come una donna. Una parte di me era consapevole del mio corpo. Mi permetteva di non commettere un errore. L’altra, mi dava coraggio. Improvvisamente, mi balzò alle spalle un ragazzo. Mi strappò di mano il braccialetto. Rimasi stupita, a bocca aperta. Mi avrebbero scoperto, ne ero sicura. “Brava!”
La parte coraggiosa venne a mancare, improvvisamente. Non ero più me stessa. Mi accasciai a terra, immobile. Ero una debole. Ecco. Una debole.
«Che femminuccia! Cos’hai, paura? Non vieni a prendere il tuo braccialettino?» fece il ragazzo.
«Dai, ridaglielo! Lo incitò il suo amico. Altrimenti chiama la mamma!»
Mi lanciò il braccialetto, che mi affrettai a raccogliere. Si misero a ridere e uscirono dagli spogliatoi. “Sei salvo, ma non sarai sempre così fortunato… stai attento!”
Mi vestii. Non era accettabile. Non comprendevo come non mi avessero scoperto. Non era possibile. Non ero Andrea in quel momento, accasciata a terra. No. Ero qualcun altro. Una donna. Io non sono una donna…
Poco dopo, abbandonai lo spogliatoio. Il braccialetto in tasca.


Racconto di Chiara

domenica 7 aprile 2013

L'altra parte di me - Prima parte



Mi svegliai. Era una mattina di settembre. Luminosa, calda, pronta ad accogliermi al meglio. Avrei iniziato l’ultimo anno di superiori. Poi la maturità. La sentivo sempre più vicina. Ma quella mattina, alle cinque meno un quarto, non era così. Non avevo dormito tutta la notte. L’ansia, sì. Più che altro erano stati dei rumori in tutta casa. Sì, era decisamente quello. Forse i miei genitori mi stavano preparando qualcosa. Vivevo ancora con loro, ma d’altra parte, i soldi non lo permettevano. Operaio e casalinga non erano lavori da cui potevi ricavare molto. Ancora in pigiama, mi trascinai pesantemente in cucina. Ero stanca, ero emozionata, ero un sacco di cose. L’unica emozione che provai, varcata la porta, fu paura. La casa era vuota.
«Cielo…» mormorai. Rimanevano solo vecchi mobili, i fornelli, un tavolo e una sedia. Uno scaffale che prima conteneva una miriade di oggetti, ora era vuoto. Ancora incapace di comprendere la situazione, mi avvicinai al tavolo. C’era una busta. Sul dietro il mio nome, scritto in nero. “Anna”. La aprii. Una lettera chilometrica. Firmata mamma e papà.
«Cielo» ripetei «Cielo». “Tesoro, non ti spaventare. Io e papà ci siamo trasferiti in un’altra città…”
Mi sentii mancare. Mai, mai avevo provato una situazione del genere. Sentivo che quelle parole erano male. “Non vuoi leggere, tu non lo vuoi…” disse una vocina dentro di me.
Mi hanno offerto un lavoro, che da qui non avrei potuto praticare. Abbiamo venduto tutte le nostre cose… per te, lo sai, faremmo di tutto. Ecco, 2000 euro… per adesso ti possono bastare… Sei maggiorenne ormai, indipendente e intelligente. Riuscirai anche senza di noi. E’ per il tuo bene, devi capirlo. Ti saremmo stati solo d’intralcio. Ora tuo padre ha un nuovo lavoro, e io sto per accettarne uno. Ti manderemo dei soldi, non ti mancherà niente…”
Stavo per scoppiare. Mi tremavano le mani. “Non leggere, non farlo, te ne pentirai, oh sì che te ne pentirai…”
Continuai a leggere. Non ricordo bene cosa c’era scritto, solo un mucchio di scuse. False scuse.
“Guarda dentro la busta. C’è un vecchio ricordo, di un antenato della nostra famiglia. Portalo con te, ti ricorderai di noi…”
Dalla busta cadde a terra un braccialetto. Di corda, logorato dal tempo. Blu e verde, con una lettera, A. In quel momento non riuscii a trattenermi. Esplosi. Rabbia mista a sconcerto uscirono da me. Improvvisamente. Antico dolore represso. Strappai la lettera gridando. La mia voce risuonava nell’abitazione spoglia. Strilli da pazzo. Ecco cos’erano. Ero una pazza. In quel momento non riuscii a piangere. No. La rabbia era troppa, si insinuava dentro di me. Una terribile tentazione che abbracciai al volo, vedendola come unica salvezza. Coriandoli di carta a terra. Distruggendo avrei dimenticato. Dimenticando sarei andata avanti. Il bracciale sul tavolo. In un impeto di rabbia lo presi, per farlo a pezzi. Prendendolo in mano, però, qualcosa di nuovo divenne parte di me. In quel preciso momento, un nuovo sentimento mi fece da padrone. Non riuscivo a descriverlo. Il braccialetto non finì a terra. No. Lo indossai. “Ecco, bravo ragazzo, tienilo su…”.
Bravo… Ragazzo… suonavano strane quelle parole nella mia mente. La rabbia era svanita. Sentivo qualcosa di nuovo. Mi sentivo diversa. Andai in bagno, era tardi. Mi guardai allo specchio, svestita. Vidi una ragazza, magra. Senza curve, praticamente un ragazzo. Il volto dai tratti maschili. Solo i capelli, lunghi, biondi, mi riportavano al mio essere donna. Una forbice. In pochi attimi, immolai i boccoli dorati ad una nuova forza. Inspiegabile. Ora non avevo più motivi per sentirmi Anna. Non con quei capelli. Non con quel corpo. Non con quel… osservai il braccialetto. Non lo tolsi. Non mi ero mai sentita così… così uomo. Una camicia, un paio di jeans, anfibi neri. La cartella grigia in spalla. Mi guardai. Vidi un’altra allo specchio. Anzi, un altro. Però mi sentivo stranamente bene.
Uscii di casa. La porta sbatté. Si riaprì lentamente, in un cigolio. La mia mente intanto, si apriva a qualcosa di nuovo…


Racconto di Chiara

martedì 2 aprile 2013

Le foglie - Haiku



Perse nel vento
ondeggiano le foglie.
Come pensieri.


Haiku di Chiara

sabato 30 marzo 2013

La moneta - Racconto noir



Si svegliò presto, quella mattina, il senator Torchiatti. Le prime luci dell'alba illuminavano il suo volto. Lucenti. Il viso pallido, mostrava cinquant'anni di saggezza. La barba di tre giorni, un mucchio di lavoro. Non si svegliò controvoglia, non quel giorno. Si girò nel letto. A sinistra dormiva la moglie. Aggraziata quarantacinquenne, non godeva della carica del marito. Ne dei suoi soldi. Torchiatti era conosciuto per la sua fama, in tutto il paese. Era l'uomo più ricco, nonchè il più tirchio. I coetanei solevano chiamarlo "Tirchiotti". Eppur lui, non aveva mai manifestato sdegno per quel nome. Anzi, sembrava piacergli. Sembrava ricordargli tutto quello che aveva fatto. Per diventare così ricco, certo, aveva fatto sacrifici. Non aveva dato alla moglie una bella casa. Vivevano dal loro matrimonio in uno squallido appartamento in periferia. Bella vita. Proprio bella, per una persona di così grande prestigio. Si alzò. Si vestì. Niente colazione, quel giorno. Prese il portafogli sotto i cuscini del divano. Per quei cento euro, lì dentro da anni, aveva un bel riguardo. Prese la giacca buona e uscì di casa.
"Niente macchina" pensò. "Mi sono svegliato presto, arriverò in tempo. E poi la benzina costa..."
Passò vicino alla sua vecchia Fiat, vecchia di 20 anni. Aveva sempre funzionato a meraviglia e, nonostante i consigli di moglie e conoscenti, non la voleva cambiare. Un uomo così importante, con una macchina così misera? "sciocchezze" diceva lui. "L'abito non fa il monaco". E forse aveva ragione. O forse no.
Nel suo ufficio, lo attendeva in grande affare. Oh sì, proprio grande. Ne avrebbe guadagnato molto. "Forse porterò Angela a cena".
Prese la via più breve. Allegro. Fischiettava. Era una via che non prendeva mai, per la pessima reputazione che aveva. Veniva chiamata "la strada d'i malfamà", dagli anziani che parlavano in dialetto. Lui non vi passava mai con l'auto. Ma a piedi, era un'ottima scorciatoia. Sarebbe arrivato con mezz'ora di anticipo. Felice nel suo giaccone non rattoppato, proseguì. Le mani in tasca. Gli occhiali bassi sul naso. I capelli grigi al vento. Sembrava una persona comune, agli occhi di un estraneo. Giunto nei pressi di un vicolo, vide all'angolo della stradina un barbone. Vestito di stracci. Seduto su un giornale vecchio, porgeva il cappello bucato ai passanti, sperando di ricavarne qualcosa per vivere un altro giorno. Un altro, misero, squallido giorno. Alle sue spalle una palazzina. I muri scrostati, lasciavano intravedere i mattoni. Era un edificio vecchio, dipinto di un giallo paglierino, macchiato dalla pioggia. Scolorito dal tempo. Le finestre erano sbarrate da assi di legno, ad eccezione di una. Vi erano su numerosi vasi di gerani. Evidentemente, vi abitava qualcuno. Il barbone chiamò il senator Torchiatti.
-"Una moneta... per favore" -sibilò l'uomo con la voce più penosa che il senatore avesse mai sentito.
-"Tieni, oggi sono buono". Si tolse di tasca cinquanta centesimi, e li lanciò nel cappello dell'uomo. Quindi proseguì per la sua strada.

Il barbone prese alla svelta la moneta. La osservò. Falsa. C'era da aspettarselo. Nei suoi anni di "carriera", aveva imparato a distinguere i soldi veri dai falsi. Ma la gente che aveva un lavoro, non perdeva tempo a badare a simili sciocchezze. No di certo. Mostrava undici stelline, a dispetto delle dodici solite. Si affrettò a metterla via. Poteva tornare utile.

Il tempo passò veloce, e venne mezzogiorno. Il senator Torchiatti ritornava dall'ufficio, più allegro di prima. Fischiettava una canzone di Mina, camminando per il vicolo d'i malfamà. Incorciò il barbone di quella mattina. Si fermò.
-"Ancora lì?"
-"Non ho di meglio da fare. E' allegro vedo."
-"Ho appena concluso un affare."
Riprese a camminare, quando vide una monetina a terra. "Di bene in meglio" pensò il senatore. Si chinò a raccoglierla. Le sue giunture non erano più quelle di un tempo. Il barbone tossì. In quel preciso istante, da una finestra piombò giù qualcosa. Un vaso di gerani rossi si sfracellò sul capo di Torchiatti. L'uomo cadde a terra, la moneta ancora in mano. Il Barbone si avvicinò. Controllò il polso. Niente. Era morto. Si affrettò a rovistare tra le tasche dei pantaloni dell'uomo. Prese il portafoglio. Lo nascose in fretta nelo giaccone, assicurandosi che nessuno lo avesse visto. "Dovresti saperlo, senatore, che non troverai mai del denaro vicino ad un barbone". Alzò quindi lo sguardo alla palazzina. Dopo qualche istante, arrivò un bambino. Si avvicinò all'uomo morto. Impassibile. Abituato, forse.
-"Prendila, te li sei meritata!"
Il bambino prese la moneta dalle mani del senatore. Quindi si incamminò verso la città. Per prendere un gelato forse. I cinquanta centesimi stretti in mano. Con undici stelline.


Racconto noir di Chiara