lunedì 23 dicembre 2013

Prigioniero - Racconto fantastico



  
















Voglio saltare giù. Voglio buttarmi nel vuoto, sentire l’aria che attraversa il mio corpo  rigido e rallenta la caduta, fino a farmi planare chissà dove. Voglio scappare da qui, non resisto un attimo di più. Vedo gli uomini che passano, li vedo camminare nei loro abiti eleganti, tutti modellati secondo uno schema preciso, belli, alti. Vorrei volare giù, togliere loro la vita uno ad uno, macchiarmi del loro sangue meschino. Indossano maschere di ipocrisia, falsi sorrisi, io li vedo. Sento quello che pensano, quanto odio represso, quanta falsità. Perfetti? Mai. Mai stati. Superiori? Forse. O non sarei qui. Mi hanno imprigionato, legato a un’oscura maledizione, Dio solo sa come posso liberarmene. E’ questa la verità, chissà quali fandonie spargono sul mio conto, e su quello degli altri. Li hanno imprigionati tutti, non se n’è salvato uno. Eravamo troppo brutti, gobbi e deformi, alcuni con delle ali enormi, appuntite, dei piccoli diavoli. Sì, assomigliavamo al diavolo, ma non eravamo cattivi. Il nostro orribile aspetto era quanto di più sbagliato avessimo, non come loro. Con quelle belle facce, i bei corpi dritti, i denti bianchi e i capelli lunghi. Quanta meschinità nascondono, quanta crudeltà. Ci hanno sempre disprezzati. Hanno iniziato a cacciarci via, ci prendevano a bastonate, alcuni di noi sono morti. Almeno non devono sopportare questa sofferenza, queste invisibili catene che ci tengono legati quassù. Voglio buttarmi.
Arriverà il giorno che ci vendicheremo, oh sì. Riusciremo a fuggire di qui, da queste orribili chiese che tanto ci assomigliano per certi aspetti. Gli uomini vi si rifugiano dentro, hanno ancora paura di noi, ma finché saremo immobili, i nostri volti deformi non potranno far loro nulla di male.
Nulla.
E quando piove, a patire siamo noi poveri disgraziati. I lampi ci accecano, i tuoni ci assordano, la grandine ci ferisce e la pioggia ci corrode. Corrode la pietra, il marmo. Ci corrode dentro quando ci attraversa il corpo, cerchiamo di sputarla, alcuni possono. Io no, non ne ho la capacità. Sono solo un’inutile statua, un ornamento fisso e disprezzato. Ormai molti umani non prestano attenzione a noi, talvolta ci contemplano anche. Che arte, che maestosità, dicono.
Vediamo la città da stare qui, vediamo tutto. Ci indicano con le loro belle mani, che accarezzano e feriscono. Alcuni ridono di noi, coi loro denti bianchi.
Io non sono così.
Non lo sono mai stato.
Ho degli artigli, denti lunghi e affilati, il mio volto è mostruoso, sono fisso in questa posizione, curvo, le ali spiegate.
Ed ero buono, non come loro, con la loro ipocrisia e falsità. Io, noi in generale, non abbiamo mai creato scompigli, non abbiamo mai terrorizzato alcun essere. Cosa c’è di sbagliato in noi?
Stando qui, tutto il rancore e la rabbia si sono accresciuti in me, e penso anche negli altri. Però non potrò mai saperlo, non potrò mai chiederglielo. Gli uomini mi hanno privato anche della parola.
Sono fermo.
Muto.
Prigioniero.
Ma non riusciranno mai a togliermi la ragione, né tutti i sentimenti negativi che ho sviluppato in questa lunga cattività.
Una bambina mi sta indicando, “è mostruoso”, dice, “a cosa serve papà?”. Le risponde “alcuni sono come canali di scolo, altri…”. Non riesco più a sentire, sono entrati.
Ah, quante bugie. Io so la verità, so la storia, vorrei raccontarla al mondo intero. Vorrei parlare di come ci hanno imprigionati e condannati a rimanere quassù.
Voglio solo buttarmi, rompere la pietra e precipitare giù. Mettere fine a questa agonia devastante.
Voglio solo buttarmi…



Racconto fantastico di Chiara