
Voglio saltare giù. Voglio buttarmi nel vuoto, sentire l’aria che attraversa il mio corpo rigido e rallenta la caduta, fino a farmi planare chissà dove. Voglio scappare da qui, non resisto un attimo di più. Vedo gli uomini che passano, li vedo camminare nei loro abiti eleganti, tutti modellati secondo uno schema preciso, belli, alti. Vorrei volare giù, togliere loro la vita uno ad uno, macchiarmi del loro sangue meschino. Indossano maschere di ipocrisia, falsi sorrisi, io li vedo. Sento quello che pensano, quanto odio represso, quanta falsità. Perfetti? Mai. Mai stati. Superiori? Forse. O non sarei qui. Mi hanno imprigionato, legato a un’oscura maledizione, Dio solo sa come posso liberarmene. E’ questa la verità, chissà quali fandonie spargono sul mio conto, e su quello degli altri. Li hanno imprigionati tutti, non se n’è salvato uno. Eravamo troppo brutti, gobbi e deformi, alcuni con delle ali enormi, appuntite, dei piccoli diavoli. Sì, assomigliavamo al diavolo, ma non eravamo cattivi. Il nostro orribile aspetto era quanto di più sbagliato avessimo, non come loro. Con quelle belle facce, i bei corpi dritti, i denti bianchi e i capelli lunghi. Quanta meschinità nascondono, quanta crudeltà. Ci hanno sempre disprezzati. Hanno iniziato a cacciarci via, ci prendevano a bastonate, alcuni di noi sono morti. Almeno non devono sopportare questa sofferenza, queste invisibili catene che ci tengono legati quassù. Voglio buttarmi.
Arriverà il
giorno che ci vendicheremo, oh sì. Riusciremo a fuggire di qui, da queste orribili
chiese che tanto ci assomigliano per certi aspetti. Gli uomini vi si rifugiano
dentro, hanno ancora paura di noi, ma finché saremo immobili, i nostri volti
deformi non potranno far loro nulla di male.
Nulla.
E quando
piove, a patire siamo noi poveri disgraziati. I lampi ci accecano, i tuoni ci
assordano, la grandine ci ferisce e la pioggia ci corrode. Corrode la pietra,
il marmo. Ci corrode dentro quando ci attraversa il corpo, cerchiamo di
sputarla, alcuni possono. Io no, non ne ho la capacità. Sono solo un’inutile
statua, un ornamento fisso e disprezzato. Ormai molti umani non prestano
attenzione a noi, talvolta ci contemplano anche. Che arte, che maestosità,
dicono.
Vediamo la
città da stare qui, vediamo tutto. Ci indicano con le loro belle mani, che
accarezzano e feriscono. Alcuni ridono di noi, coi loro denti bianchi.
Io non sono
così.
Non lo sono
mai stato.
Ho degli
artigli, denti lunghi e affilati, il mio volto è mostruoso, sono fisso in
questa posizione, curvo, le ali spiegate.
Ed ero buono,
non come loro, con la loro ipocrisia e falsità. Io, noi in generale, non
abbiamo mai creato scompigli, non abbiamo mai terrorizzato alcun essere. Cosa
c’è di sbagliato in noi?
Stando qui,
tutto il rancore e la rabbia si sono accresciuti in me, e penso anche negli
altri. Però non potrò mai saperlo, non potrò mai chiederglielo. Gli uomini mi
hanno privato anche della parola.
Sono fermo.
Muto.
Prigioniero.
Ma non
riusciranno mai a togliermi la ragione, né tutti i sentimenti negativi che ho
sviluppato in questa lunga cattività.
Una bambina
mi sta indicando, “è mostruoso”, dice, “a cosa serve papà?”. Le risponde
“alcuni sono come canali di scolo, altri…”. Non riesco più a sentire, sono
entrati.
Ah, quante
bugie. Io so la verità, so la storia, vorrei raccontarla al mondo intero.
Vorrei parlare di come ci hanno imprigionati e condannati a rimanere quassù.
Voglio solo
buttarmi, rompere la pietra e precipitare giù. Mettere fine a questa agonia
devastante.
Voglio solo
buttarmi…
Racconto fantastico di Chiara