
-“Hei
piccolo, cosa ci fai fuori a quest’ora?”
Era uscita
di casa intorno alle nove di sera. Teneva in mano uno scatolone di carta, con
una banda blu sul lato lungo. Dentro c’era un po’ di tutto: quotidiani,
riviste, cartoni vuoti, fogli. Una settimana di spazzatura in parole povere. E
lei stava andando a buttarla via.
Attraversò
il vialetto del condominio; con un piede spinse il cancello già aperto, e lo
richiuse una volta uscita. Non voleva impiegarci troppo tempo per due semplici
motivi. Il primo si chiamava “E.T.”, lo trasmettevano in televisione alle
21.10. Il secondo era che andare in giro a quell’ora da soli poteva essere
pericoloso. Non puoi mai sapere che incontri farai di notte.
Procedette
a passo svelto per la via buia, illuminata da pochi lampioni. Uno era spento,
uno andava a intermittenza. Attorno agli altri si radunava un nugolo di
moscerini o altre bestioline simili.
Girò
l’angolo a sinistra, costeggiando un muro di pietra. Qua e là fuoriuscivano
ciuffi d’erba dalle fessure fra i mattoni. C’era anche un po’ di muschio.
Un rumore,
uno stridio.
Le parve di
sentire qualcosa dietro di lei. Forse era solo un gatto.
Proseguì
velocemente, ancor più desiderosa di tornare a casa presto. Stava quasi per
iniziare il film. E si sa com’è la programmazione, che alla fine dei conti i
programmi iniziano sempre prima o sempre dopo. E poi quel rumore l’aveva un po’
spaventata. In seguito non lo avrebbe ammesso. Ma in quel momento, con quelle
condizioni, era intimorita dall’idea di non potersi difendere se non con uno
scatolone di carta. E allora il suo assalitore le avrebbe detto “ti piace
vincere facile” e poi l’avrebbe uccisa.
E come al
solito si stava riempiendo la testa di paranoie inutili.
Nel
frattempo era giunta alla piazzola di cemento dove si trovavano le campane dei
rifiuti. Si diresse verso quella della carta. Il rumore dietro di lei si stava
avvicinando, anche se strideva un po’ meno. Decise di non gettare lo scatolone,
non prima di aver visto cosa effettivamente c’era dietro di lei. Si voltò
lentamente, e trasalì. Poi rise e si liberò della spazzatura.
Rise anche
se, in effetti, non c’era nulla da ridere.
La cosa, o
meglio, la persona che tanto l’aveva spaventata, era un bambino. Spingeva un
carrello per la spesa arrugginito. Dentro poté vedere una gabbietta per
animali. E infatti, teneva chiuso un gatto bianco. Lo sentì miagolare, e quando
si avvicinò notò che gli mancava un orecchio.
“Questa è
la serata delle assurdità”- pensò.
Poi si
concentrò sul bambino; indossava dei pantaloni corti e una canottiera bianca.
Era cicciottello e basso, non doveva avere più di otto anni. Spingeva il
carrello lentamente, concentrato su quel gesto. Guardava avanti e sembrava non
dare importanza a nulla, tranne che al suo, per così dire, “lavoro”.
Perché mai
un bambino dovrebbe girare con un carrello e un gatto alle nove di sera? Quella
situazione era piuttosto comica, vista in tv o letta in un libro. E infatti lei
aveva riso. Peccato che quella era la realtà, e non un film o una storia, e in
tal caso non c’era nulla di divertente.
Chiamò
piano il bambino, non voleva spaventarlo.
-“Hei
piccolo, cosa ci fai fuori a quest’ora?”
Quello
sembrava non avere sentito, e proseguì per la sua strada.
La donna lo
seguì, ora incuriosita da quel comportamento bizzarro.
-“E’
pericoloso girare da soli di notte. Ti sei perso?”
Nessuna
risposta.
-“Vuoi che
provi a chiamare la tua mamma?”
Non si
voltava neppure. Sembrava non darle retta. Andò avanti per qualche metro,
quindi svoltò a destra; la donna con lui. Si ritrovarono davanti a uno spazio
verde.
Per quanto
si sforzasse di ricordare, non sapeva dell’esistenza di quel parco. Eppure
abitava lì da una vita. Non c’erano aree verdi in quel luogo. “Ma che diamine
succede?” pensò, e si fermò.
Il bambino
invece proseguì, spingendo il carrello nell’erba. Dopo una decina di metri si
arrestò anche lui. Lasciò andare il carrello, e prese la gabbietta per animali
che vi era all’interno. La posò sul prato e la aprì. Il gatto balzò fuori per
andare in grembo al bambino; il piccolo lo accarezzo per un po’.
La donna
ammirava la scena in disparte, non capendo bene cosa il bambino stesse facendo.
Il motivo
principale era che le stava voltando le spalle, e poi il buio non facilitava
certo le cose.
All’improvviso
il piccolo si girò, lascio scendere il gatto e rivolse la sua attenzione alla
gabbietta.
Vi girò
intorno un paio di volte, e poi vi entrò dentro.
“Che
diavolo…”- sussurrò stupita la donna, ma fu interrotta da un lampo bianco.
Aveva squarciato il cielo e in pochi secondi aveva colpito la gabbietta per
animali. Col bambino dentro. Col bambino dentro!
Il suo
primo pensiero fu di correre in avanti, prendere il piccolo e portarlo via. Poi
con più calma rifletté un attimo e capì che era impossibile. Era scomparso, con
la gabbietta e il lampo.
Rimanevano
solo il carrello e il gatto bianco, che ora si stava sfregando l’unico
orecchio.
-“Dovrebbero
farci un film su questa roba”- pensò interdetta la donna.
Quindi si
voltò e tornò indietro per la sua strada. Era ormai arrivata alla piazzola dei
rifiuti, che un pensiero fulmineo le attraversò la mente. “Qui non ci sono
parchi. Ne sono sicura”.
Con una
corsa fu di nuovo dov’era un minuto prima.
Solo che
non c’era nessun parco.
La strada
era chiusa, c’era un muro. E contro il muro un carrello arrugginito. E di
fianco al carrello un gatto bianco che ora si grattava un orecchio, ora si
avvicinava alla donna. Si strusciò contro la sua gamba, girandole attorno per
un po’ come a voler attirare la sua attenzione. Ma lei osservava il muro, che
da quando aveva memoria era sempre stato lì.
“Mi ha
detto di dirti che non ha una mamma”.
“Co…
come?”- balbettò la donna.
-“La
prossima volta ti risponderà, gli ho detto che non è educato fare finta di non
sentire”
Guardò il
gatto. Sembrava sorridere.
-“Vai adesso,
E.T. è già iniziato”
Che stava
succedendo? Un gatto parlante? Quando diamine era diventata Alice nel paese
delle meraviglie? Rimase basita.
E’ questo
che succede a portar fuori la carta di sera?
La prossima
volta ci avrebbe mandato il marito.
Racconto nonsense di Chiara