sabato 30 marzo 2013

La moneta - Racconto noir



Si svegliò presto, quella mattina, il senator Torchiatti. Le prime luci dell'alba illuminavano il suo volto. Lucenti. Il viso pallido, mostrava cinquant'anni di saggezza. La barba di tre giorni, un mucchio di lavoro. Non si svegliò controvoglia, non quel giorno. Si girò nel letto. A sinistra dormiva la moglie. Aggraziata quarantacinquenne, non godeva della carica del marito. Ne dei suoi soldi. Torchiatti era conosciuto per la sua fama, in tutto il paese. Era l'uomo più ricco, nonchè il più tirchio. I coetanei solevano chiamarlo "Tirchiotti". Eppur lui, non aveva mai manifestato sdegno per quel nome. Anzi, sembrava piacergli. Sembrava ricordargli tutto quello che aveva fatto. Per diventare così ricco, certo, aveva fatto sacrifici. Non aveva dato alla moglie una bella casa. Vivevano dal loro matrimonio in uno squallido appartamento in periferia. Bella vita. Proprio bella, per una persona di così grande prestigio. Si alzò. Si vestì. Niente colazione, quel giorno. Prese il portafogli sotto i cuscini del divano. Per quei cento euro, lì dentro da anni, aveva un bel riguardo. Prese la giacca buona e uscì di casa.
"Niente macchina" pensò. "Mi sono svegliato presto, arriverò in tempo. E poi la benzina costa..."
Passò vicino alla sua vecchia Fiat, vecchia di 20 anni. Aveva sempre funzionato a meraviglia e, nonostante i consigli di moglie e conoscenti, non la voleva cambiare. Un uomo così importante, con una macchina così misera? "sciocchezze" diceva lui. "L'abito non fa il monaco". E forse aveva ragione. O forse no.
Nel suo ufficio, lo attendeva in grande affare. Oh sì, proprio grande. Ne avrebbe guadagnato molto. "Forse porterò Angela a cena".
Prese la via più breve. Allegro. Fischiettava. Era una via che non prendeva mai, per la pessima reputazione che aveva. Veniva chiamata "la strada d'i malfamà", dagli anziani che parlavano in dialetto. Lui non vi passava mai con l'auto. Ma a piedi, era un'ottima scorciatoia. Sarebbe arrivato con mezz'ora di anticipo. Felice nel suo giaccone non rattoppato, proseguì. Le mani in tasca. Gli occhiali bassi sul naso. I capelli grigi al vento. Sembrava una persona comune, agli occhi di un estraneo. Giunto nei pressi di un vicolo, vide all'angolo della stradina un barbone. Vestito di stracci. Seduto su un giornale vecchio, porgeva il cappello bucato ai passanti, sperando di ricavarne qualcosa per vivere un altro giorno. Un altro, misero, squallido giorno. Alle sue spalle una palazzina. I muri scrostati, lasciavano intravedere i mattoni. Era un edificio vecchio, dipinto di un giallo paglierino, macchiato dalla pioggia. Scolorito dal tempo. Le finestre erano sbarrate da assi di legno, ad eccezione di una. Vi erano su numerosi vasi di gerani. Evidentemente, vi abitava qualcuno. Il barbone chiamò il senator Torchiatti.
-"Una moneta... per favore" -sibilò l'uomo con la voce più penosa che il senatore avesse mai sentito.
-"Tieni, oggi sono buono". Si tolse di tasca cinquanta centesimi, e li lanciò nel cappello dell'uomo. Quindi proseguì per la sua strada.

Il barbone prese alla svelta la moneta. La osservò. Falsa. C'era da aspettarselo. Nei suoi anni di "carriera", aveva imparato a distinguere i soldi veri dai falsi. Ma la gente che aveva un lavoro, non perdeva tempo a badare a simili sciocchezze. No di certo. Mostrava undici stelline, a dispetto delle dodici solite. Si affrettò a metterla via. Poteva tornare utile.

Il tempo passò veloce, e venne mezzogiorno. Il senator Torchiatti ritornava dall'ufficio, più allegro di prima. Fischiettava una canzone di Mina, camminando per il vicolo d'i malfamà. Incorciò il barbone di quella mattina. Si fermò.
-"Ancora lì?"
-"Non ho di meglio da fare. E' allegro vedo."
-"Ho appena concluso un affare."
Riprese a camminare, quando vide una monetina a terra. "Di bene in meglio" pensò il senatore. Si chinò a raccoglierla. Le sue giunture non erano più quelle di un tempo. Il barbone tossì. In quel preciso istante, da una finestra piombò giù qualcosa. Un vaso di gerani rossi si sfracellò sul capo di Torchiatti. L'uomo cadde a terra, la moneta ancora in mano. Il Barbone si avvicinò. Controllò il polso. Niente. Era morto. Si affrettò a rovistare tra le tasche dei pantaloni dell'uomo. Prese il portafoglio. Lo nascose in fretta nelo giaccone, assicurandosi che nessuno lo avesse visto. "Dovresti saperlo, senatore, che non troverai mai del denaro vicino ad un barbone". Alzò quindi lo sguardo alla palazzina. Dopo qualche istante, arrivò un bambino. Si avvicinò all'uomo morto. Impassibile. Abituato, forse.
-"Prendila, te li sei meritata!"
Il bambino prese la moneta dalle mani del senatore. Quindi si incamminò verso la città. Per prendere un gelato forse. I cinquanta centesimi stretti in mano. Con undici stelline.


Racconto noir di Chiara