
Eravamo
in viaggio da anni. Così tanti, che avevo perso la cognizione del tempo. Tutto
buio, tutto uguale. Tutto così terribilmente noioso. Ogni tanto si vedeva un
asteroide. Qualche stella, lontana, e basta. Ci eravamo allontanati molto dalla
galassia, che si vedeva nettamente, da dove eravamo. Ricordo quando partimmo.
Emozione, calore, desiderio di una nuova scoperta. La navicella pronta.
Fantastico. Bianca, con una banda blu. AT659 stampato sui fianchi. Indossavamo
le nostre tute. Anch'esse bianche, con un casco. Da usarsi nello spazio, se
avessimo visto qualcosa di interessante. Ci eravamo avvicinati alla Luna,
sempre di più, quasi a sfiorarla, ma non vi mettemmo piede. No, il nostro scopo
era un altro. Cercare un pianeta abitato, o abitabile. Lontano anni luce,
chissà. Magari non lo avremmo mai trovato, o magari era dietro l'angolo.
Potevamo viaggiare qualche anno, come potevamo morire lì, in quella navicella,
e raggiungere il pianeta sotto forma di cenere. Una missione suicida, in
pratica. Le possibilità erano ben poche, come dicevano le statistiche. Io mi
fidavo ciecamente. Se è statistico, è vero. Ma non è forse così che ci si
infila nelle cose peggiori? Come il gioco d'azzardo. Dicono che dopo nove
rossi, arriva un nero. E tu che allora punti i risparmi della vita su una
pallina, come se fosse tutta la tua vita. Come se il tuo destino dipendesse
proprio da quella pallina. Così ci eravamo affidati anche noi a quella
spedizione: onore e gloria, se avessimo trovato il famigerato pianeta. Morte,
se non lo avessimo trovato. Non potevamo fare rotta inversa. Dovevamo
insediarci sul pianeta, procreare. Capii dopo che era un imbroglio troppo
evidente. Di chi mai potevamo avere la gloria, su un pianeta deserto?
Sicuramente era solo un modo per mandare via qualcuno, qualcuno di intelligente
e qualcuno di scemo. C'erano famosi scienziati, a bordo della navicella. Che
non sarebbero mai ritornati. Avevano scoperto qualcosa di importante, e
dovevano morire con quel segreto. Doveva essere qualcosa di grosso, per mandarli
così, in cerca del nulla nel nulla. Io rientravo nella categoria degli scemi,
forse. Quoziente intellettivo troppo basso per fare qualcosa di buono. Magari
andavo bene per altro, su un pianeta disabitato. O abitato, chi poteva saperlo.
Però mi scelsero. Era un onore per me, per me che non sapevo. Per me, ingenuo
sciocco con un quoziente troppo basso, era la cosa migliore del mondo.
Ricchezza, onore, fama, pensavo. Eravamo ottimisti. Quasi tutti, non quelli
intelligenti. Sapevano già come sarebbe andata a finire e non ci dissero nulla.
Noi poveri altri ingenui, eravamo al settimo cielo. Mi venne un dubbio, quando
ci avvertirono che la navicella non poteva fare rotta indietro. Come si faceva,
allora, per il carburante? In un’epoca così progredita, avevano già pensato a
tutto, immaginai. Scoprii poi, che la maggior parte del carburante
effettivamente utilizzato proveniva da noi. Noi facevamo andare avanti quella
navicella. Non il contrario. E il cibo? Ce n'era a sufficienza, almeno di
quello. Se fosse finito, saremmo morti. Semplice, no?
Così
passarono giorni, mesi, anni. Tutti uguali, sì. Tutti maledettamente identici.
Niente da fare, niente da guardare. Qualche altro ingenuo come me si era
portato un giornalino enigmistico. Finito quasi subito, ovviamente. L'avevamo
poi rifatto centinaia di volte, così tante che ho perso il conto. Provavamo ad
inserire altre parole, ci ingegnavamo a fare nuovi cruciverba. Mi resi conto in
che stupidata mi ero cacciato quando non avevo più niente da fare. Il tempo
passava, così, nullo. Ogni tanto pensavo a mia moglie. Doveva soffrire molto, e
io l'avevo abbandonata. Soffriva perché avevamo un figlio, Massimo, di 3 anni.
Era il nostro angelo, così bello. Tutto quello che faceva ci rendeva felici.
Piccolo paffutello, biondo con gli occhi grigi, riempiva le nostre giornate di
gioia. Come avremmo fatto senza di lui? E un bel giorno, lo capimmo. Era andato
fuori, a giocare. Le manine, troppo piccole per afferrare una palla. La
lasciarono cadere, rotolò in strada. Lui la seguì, ingenuo come un bambino,
ingenuo come me. Passava un camion. Il rosso mi rimase stampato in faccia per
anni. Rosso fuoco, color del camion. Rosso sangue, sangue di mio figlio. Fino
alla notizia fantastica, perfetta. Ci mancava solo una spedizione spaziale! Però
accettai. Chissà perché. Ero sciocco, ecco. Pensavo che avrei reso felice mia
moglie, quando sarei ritornato, ricco sfondato e famoso, le avrei dato tutto
ciò che desiderava. Beh, poi partimmo, e il resto si sa. Cosa starà facendo,
adesso, lo posso solo immaginare. Avrà trovato un nuovo fidanzato, si sarà
sposata, dandomi per morto. In effetti, non avevano nostre notizie dalla
partenza, come noi non ne avevamo dal pianeta. E fin qui niente di particolare.
Il meglio, o il peggio, accadde quando trovammo davvero un pianeta. Era verde,
acqua allo stato liquido. Atmosfera respirabile senza casco. Lo esplorammo un
po', in cerca di forme di vita. Oltre a noi, ovviamente. Niente. Non trovammo
niente. Stavamo quasi per ripartire, quando ci ricordammo che non potevamo
farlo. Allora decidemmo di popolare il pianeta, ma mi rifiutai. Non volevo
tradire mia moglie. Neanche se lei lo aveva fatto, neanche in onore della
scienza. Non volevo punto. Mi appartai su una collina. Abbastanza alta per
vedere tutti, e abbastanza bassa per poter scendere in caso di pericolo. Una
notte dormivo, beato. Strani satelliti e strane stelle splendevano in uno
strano cielo. Nuovo, mai visto. Mi sentii toccare, piano, ad un braccio. Mi
destai di colpo. Sicuramente era il vento, sì, o qualcuno mi aveva raggiunto.
Mi guardai intorno, in cerca di qualcosa per difendermi. Quando sentii una
voce. Infantile. “Papà”- diceva. Mi sfregai gli occhi, e fu in quel momento che
lo vidi. Il suo viso paffutello, i suoi capelli biondi, i bellissimi occhi
grigi. Allungai una mano, incredulo, sorpreso. Spaventato, più che altro. La
allungò anche lui. La presi, la strinsi forte. Feci per portarla a me, quando
svanì tutto, così come era comparso.
Mi
svegliai, in quel momento. Mi svegliai davvero. Mia moglie piangeva vicino a
me, seduta sull'erba del cortile. Mi abbracciava. “Eri svenuto”- singhiozzava -
“eri svenuto...” Sull'asfalto caldo, di un giorno di giugno, il corpo di mio
figlio. Rosso sangue. Gli occhi grigi voltati verso di me. Una mano allungata,
chiusa a pugno.
E'
morto, diceva mia moglie. Piangeva. Lo guardai bene. Così piccolo, così
ingenuo. Strappato alla sua vita in un modo così brutale.
“E'
vivo, tesoro.”- Risposi -“Lo rivedrò, in futuro. Lo rivedrò sul pianeta degli
angeli...”
Racconto di fantascienza di Chiara

