martedì 9 aprile 2013

L'altra parte di me - seconda parte




La scuola iniziava alle 8.00. Non per me. Gli studenti nuovi dovevano iscriversi in segreteria. Vi andai, con comodo. Una fila di ragazzi davanti a me. Del primo anno, sicuro. Arrivò il mio turno. Ero tranquilla… tranquillo. Meglio così.
«Ragazzo, come ti chiami?» stridulò la voce dell’addetta alle iscrizioni.
«An… Andrea. Andrea Ghitti»
«Sei nuovo?»
«Sì.» mentii. Ne ero cosciente, ma mentii. “Devi fare così… così è meglio, così è giusto… tu sei Andrea…”
«Io non sono…»
«Che hai ragazzo? Sei pallidino. Guardati, stai in piedi a pane e acqua?»
«Neanche quello, ho…» mormorai tra me e me.
«Come? »
«Niente…lasci perdere, sono nuovo in città. Sono…un parente di Anna Ghitti…»
«Non risulta nessuna Anna Ghitti iscritta a questo anno.»
«No infatti è… si è trasferita, ecco. Io abito nella sua vecchia casa…»
«Va bene ragazzo. Nel corridoio c’è l’elenco delle attività opzionali. Iscriviti ad almeno una di esse… e mangia un po’, non vorrei chiamare il pronto soccorso il primo giorno!»
Ci aveva creduto. Era una bugia troppo evidente. Ma ci aveva creduto. Andrea? Avrei dovuto portare quel nome tutto l’anno… “E’ il tuo nome… tu non sei Anna, tu sei Andrea… iscriviti a uno sport, maschile, dai, conoscerai persone, ti farai amici…”
«Io non mi chiamo Andrea!» passò un gruppetto di ragazze. Risero. Di me, sicuramente. Non capita tutti i giorni di vedere un ragazzo parlare da solo. Ero un pazzo ai loro occhi. Sì, ma dentro me non mi ero mai sentita così bene con me stessa… o meglio, con me stesso… qualcosa stava prendendo il mio corpo. Si stava impossessando di me. Si insinuava dentro me… nei miei ricordi… Non riuscivo a ricordare il mio primo anno in quella scuola. Amnesia, forse. O forse no…
Cos’aveva detto quella donna? Dovevo iscrivermi ad un’attività? Passai davanti alla bacheca con i fogli. Un colore diverso per ogni diversa disciplina. Mi soffermai su un foglio verde. Calcio. Scrissi il mio nome alla svelta. La prima lezione era quel giorno stesso. Terminava alle cinque del pomeriggio. Ero stanco, sfinito, turbato. Potevo saltarla. Il pensiero, però mi passò da una parte all'altra, per poi sparire. Sparito così com’era arrivato. Dal nulla. Mi avviai verso la classe. Dovevo presentarmi. In fondo, ero un alunno nuovo…

Cinque meno un quarto, spogliatoi. La lezione di calcio era terminata. «Fate la doccia, branco di ragazzacci» aveva gridato l’allenatore. Ero caduto più di una volta, durante l’allenamento. Non ero in gamba. Non ero… “Non hai scuse… sei un uomo, ormai… non sarai una femminuccia…”
Entrai in doccia, vestito. Mi tolsi i vestiti da stare dentro. Stavo quasi per commettere l’errore più grande, mi avrebbero scoperto, se mi fossi svestito fuori. Vidi il mio corpo. La seconda volta, in quel giorno. Una femmina. Ecco cos’ero. Una femmina… “Ma che dici! Tu sei un uomo, un vero uomo… Andrea è con te… tu sei Andrea…”
Tolsi il braccialetto. D’improvviso mi ricordai del mio primo anno di scuola, come Anna. Io ero Anna! Mi sentivo nuda, spoglia, come se una parte di me si fosse persa. Nel nulla. Il braccialetto in mano. Non voleva cadere, su quel mucchio di vestiti sporchi, non voleva. Era più forte di me. Dovevo tenerlo. Feci per rimetterlo, ma cadde a terra. “Brava… ora sei perduta… prendilo svelta, che aspetti? Come farai ad uscire di qui? Non vorrai vivere in una doccia?! Ti vedranno, sveglia! Ti vedranno! E allora capiranno, scopriranno il tuo segreto…”
Ci misi su un piede. Stava per finire giù. Nello scarico. Stava per perdersi. Per sempre. Ma lo fermai, sì, ero salvo. Lo raccolsi, lo tenni stretto in mano. “Bravo… così sei te stesso, così…”
Uscii dalla doccia. Lo spogliatoio vuoto. L’asciugamano sotto le ascelle, come una donna. Una parte di me era consapevole del mio corpo. Mi permetteva di non commettere un errore. L’altra, mi dava coraggio. Improvvisamente, mi balzò alle spalle un ragazzo. Mi strappò di mano il braccialetto. Rimasi stupita, a bocca aperta. Mi avrebbero scoperto, ne ero sicura. “Brava!”
La parte coraggiosa venne a mancare, improvvisamente. Non ero più me stessa. Mi accasciai a terra, immobile. Ero una debole. Ecco. Una debole.
«Che femminuccia! Cos’hai, paura? Non vieni a prendere il tuo braccialettino?» fece il ragazzo.
«Dai, ridaglielo! Lo incitò il suo amico. Altrimenti chiama la mamma!»
Mi lanciò il braccialetto, che mi affrettai a raccogliere. Si misero a ridere e uscirono dagli spogliatoi. “Sei salvo, ma non sarai sempre così fortunato… stai attento!”
Mi vestii. Non era accettabile. Non comprendevo come non mi avessero scoperto. Non era possibile. Non ero Andrea in quel momento, accasciata a terra. No. Ero qualcun altro. Una donna. Io non sono una donna…
Poco dopo, abbandonai lo spogliatoio. Il braccialetto in tasca.


Racconto di Chiara

6 commenti:

  1. oddio... adesso voglio che lo continui!!!! sei stra mega brava, davvero. ti faccio i miei complimenti + sinceri :D ti voglio bene, chiara

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    1. Grazie dei complimenti, lo continuerò tra qualche giorno. Sai, questione di suspence...

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  2. come fai a scrivere dei racconti così fighi... è bellissimo!!!!!

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    1. Grazie. Anche le tue disavventure quotidiane non sono da meno!

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  3. sono bellissimi i tuoi racconti :)

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    1. Grazie Alessia. Anche il tuo blog è molto bello. Continua a seguirmi :)

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